Angelo Vassallo, dieci anni dall’omicidio e nessun colpevole. Fico: «Trovare la verità è un dovere morale»

A dieci anni dall’omicidio del “sindaco pescatore”, non si conoscono ancora i nomi dei responsabili. E la famiglia chiede che venga fatta giustizia

Era il 5 settembre del 2010. Angelo Vassallo, sindaco di Pollica (Salerno), stava tornando a casa. Qualche ora prima aveva fissato un incontro con il procuratore di Vallo Della Lucania per approfondire alcune questioni sulle quali lavorava: spaccio di droga, spreco di denaro pubblico nell’edilizia, inerzia delle forze dell’ordine. Quella sera stessa Vassallo viene colpito da 9 colpi di pistola. Il suo corpo viene rinvenuto ore dopo in un’auto, ma l’arma non viene mai trovata. E nemmeno i colpevoli.


All’epoca Vassallo – il sindaco pescatore, come veniva chiamato – aveva 57 anni. Per lunghi dieci anni non c’è stata nessuna luce che rivelasse la verità dietro l’omicidio. Vuoi per l’omertà di chi sapeva (non è esclusa la pista della camorra), vuoi il tempo perso nelle 48 ore dopo l’accaduto, le più importanti. Nonostante i carabinieri fossero stati incaricati di sorvegliare la zona del ritrovamento, chiunque venne lasciato avvicinarsi e la scena del delitto venne inquinata irrimediabilmente. Intanto, la sua famiglia aspetta da dieci che venga fatta giustizia.

«Angelo Vassallo era il sindaco del paese, ma soprattutto era un punto di riferimento della propria comunità – e non solo – per la sua integrità morale e per l’attenzione e sensibilità ai temi della legalità e dell’ambiente», ha commentato in sua memoria il presidente della Camera Roberto Fico. «Soddisfare l’aspettativa di verità e giustizia sul delitto costituisce un dovere morale, e questo non solo nei confronti della vittima, dei suoi familiari, e di una comunità profondamente scossa, ma anche di tutti quegli amministratori che lavorano assiduamente per il rinnovamento e la rinascita dei propri territori».

Paolo Siani, deputato del Partito democratico (del quale faceva parte anche Vassallo), ha chiesto l’istituzione della Commissione di inchiesta per favorire l’individuazione dei colpevoli. «Lo dobbiamo al suo sacrificio, al suo essere esempio di buona politica – ha dichiarato – quella che lotta concretamente contro il crimine, che fa meno notizia ma per fortuna esiste e va raccontata. Ma lo dobbiamo anche alla memoria delle tante vittime innocenti delle mafie che non hanno ottenuto ancora giustizia. Contrastare le mafie significa anche dare giustizia alle vittime, tante delle quali sono rimaste senza colpevoli».

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