Regionali 2020, il voto dei giovani. Fuga da una Liguria con poche prospettive: l’offerta è solo nel settore navale e turistico

Il numero di universitari è in calo, anche per via dell’offerta formativa limitata, e le opportunità lavorative sono deludenti. In vista delle elezioni regionali, Open ha raccolto le storie di under 35 che vivono in una regione che offre lavoro solo in certi settori

Mare, tanto mare. E un porto, quello di Genova, che collega l’Italia al mondo. La Liguria ha un legame imprescindibile con l’acqua: non a caso il turismo balneare, il commercio e l’industria navale sono tra le attività che creano più posti di lavoro nella regione. Tralasciando questi settori, però, le opportunità si stanno prosciugando, spingendo sempre più giovani ad andare via per motivi di studio e di lavoro. È un tema, quello dell’invecchiamento della popolazione, che continua a riproporsi da anni nel dibattito pubblico, senza trovare soluzioni: almeno così dicono le statistiche e le storie che i giovani liguri raccontano.


I nove candidati che, il 20 e il 21 settembre, si contenderanno la presidenza della Regione, non potranno eludere la questione giovani e fuga dei cervelli. I favoriti per la vittoria elettorale, il governatore uscente Giovanni Toti e l’uomo dell’alleanza tra Pd e 5 Stelle Ferruccio Sansa, hanno dedicato parte della propria campagna alla questione.

«Vogliamo che tutti possano avere l’opportunità di rimanere in Liguria e di andare via per scelta e non per obbligo», ha affermato Toti. Sansa, invece, ha aderito pubblicamente alla proposta di legge regionale per predisporre una sorta di eredità per i giovani, da erogare al compimento dei 18 anni.

Il mercato del lavoro ligure sta risentendo di un pesante processo di deindustrializzazione, ma anche di una carenza di diversificazione degli asset strategici della regione. Il risultato è che, ogni anno, circa 15mila liguri si trasferiscono all’estero per cercare condizioni di vita migliori. Genova, il capoluogo, conserva il primato per numero di expat.

Un trend che riguarda prevalentemente la popolazione più giovane: nel primo decennio del terzo millennio, i residenti nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni sono diminuiti di 66mila unità. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, il tasso di anzianità genovese è il quinto più alto d’Italia: il rapporto tra over 65 e under 15, nel 2019, è salito al 257,2%.

L’età media in Liguria è arrivata a 49 anni, contro una media italiana di 45,7. È un cane che si morde la coda: più invecchia la popolazione, più risorse devono essere destinate a previdenza e sanità. Non è più una prospettiva lo svuotamento demografico, ma un processo in corso, da arrestare con ingenti risorse, non solo economiche, da investire sui giovani.

E il cambiamento dovrebbe avvenire nei principali centri di attrazione di ragazzi: nel 2020, il numero di iscritti all’Università in Liguria è pari a 31.900, inferiore rispetto alle iscrizioni del lontano 2001. E comunque il numero di universitari è più basso rispetto a quello dei Neet, che quest’anno sono arrivati a quota 35.400.

«Il numero di corsi è molto limitato a Genova – racconta uno studente universitario di 20 anni, nato e cresciuto nel capoluogo -. Per restare a studiare nella mia regione e iscrivermi a Scienze dalla Comunicazione, una facoltà che solitamente è presente in tutti i capoluoghi di regione, sono costretto a frequentare le lezioni a Savona».

Quanto tempo impiega Federico per andare all’università? «Un’ora e mezza con i trasporti pubblici. Ovviamente stessa durata anche per il ritorno». Federico, dopo un primo anno senza entusiasmo, sta sbrigando le pratiche per il trasferimento a Milano.

L’inevitabile scelta di trasferirsi a studiare fuori regione

OPEN | Gianmarco Perrone, 27 anni

Lo studente, che ripete più volte di «amare fortemente la Liguria», spiega che tutte le realtà regionali vivono dell’influenza di Torino, ma «soprattutto di Milano: chi ambisce a fare un upgrade in ogni settore, si trasferisce in Lombardia».

Racconta che la facoltà che gode ancora di una certa nomea è quella di Giurisprudenza, mentre «i coetanei che studiano Economia si lamentano delle opportunità, scarse, che l’università offre. Quasi tutti i miei conoscenti rimasti qui sono certi che, dopo la triennale, andranno a studiare fuori». Ha qualche anno in più, 27 anni, Gianmarco Perrone, di cui gli ultimi quattro vissuti a Torino. «Al momento sto facendo tre stage in contemporanea, riesco a gestirli grazie allo smart working».

Originario di Lavagna, dopo la laurea in Lettere a Genova, ha dovuto cambiare città per studiare Cinema. «Ho frequentato il Dams: prima c’era un suo distaccamento nell’Unige a Imperia, ma l’hanno chiuso qualche anno fa. In Liguria non esiste una vera offerta per specializzarsi nel cinema».

Ricorda che fu il suo stesso relatore di tesi a suggerirgli di trasferirsi a Torino per proseguire gli studi, «poi sono rimasto in Piemonte perché ho trovato lavoro qui». A malincuore afferma di non aver mai pensato di tornare in Liguria: «Parlando di festival cinematografici, ad esempio, a Torino ce ne saranno una quindicina, mentre a Genova ce n’è solo uno, piccolo e sconosciuto».

Questione di mentalità?

Perrone dice di essere tornato ad apprezzare la Liguria durante il lockdown, ma soltanto «per il mare, le passeggiate, la natura. A parte questo, però, la Liguria non può darmi nulla per la carriera». Poi, quando il 27enne riflette su altri motivi che non gli fanno mancare la terra natia, sostiene che a tenerlo lontano da casa è anche «la mentalità dei liguri. Non ci penso lontanamente a tornare a vivere nella mia regione, c’è una chiusura di mente generale e tutto ciò che è esterno infastidisce.

Che fastidio i milanesi che vengono qui al mare, rubano il parcheggio è una delle frasi che si sentono solitamente. Mi spiace dirlo – conclude – ma è come se ai liguri, oltre al mare e alla focaccia, non importi di altro».

Jacopo Parodi, 30 anni, lavora nel pubblico. «Sono dipendente, a tempo determinato, di un ente pubblico di La Spezia». Ha avuto esperienze molto negative con i centri per l’impiego del territorio ed è uno dei pochi amici a essere tornato a casa dopo un’esperienza di studio fuori regione.

«Ho studiato Pubblica amministrazione a Pisa. Mi conveniva iscrivermi all’università in Toscana: primo, per il prestigio della facoltà. Secondo, per la comodità: con i mezzi pubblici, da La Spezia ci mettevo 50 minuti per arrivare a Pisa, per Genova ci vuole un’ora e un quarto».

Parodi ravvisa che il mercato del lavoro ligure è troppo settoriale, dinamico solo nel turismo e nell’industria navale: «Bisogna diversificare l’offerta di impiego, attrarre grandi aziende da altre regioni e facilitare la nascita di imprese nei settori più disparati, altrimenti la fuga dei cervelli non si fermerà», conclude.

Industria navale, turismo e poco altro

OPEN | Stefano Tortarolo, 32 anni

Chi in Liguria ha scelto di basare la propria attività è Stefano Tortarolo, oggi 32 anni. Originario di Spotorno, in provincia di Savona, ha aperto negli ultimi sette anni tre attività a Finale Ligure: un negozio di biciclette, con tutti i servizi dedicati ai ciclisti, una società di trasporti sempre legata alle due ruote e una società di eventi. «Nel Finalese, per il turismo outdoor, arrivano ogni anno circa 300mila turisti. Il 90% stranieri con una forte prevalenza di flussi dai Paesi di lingua tedesca».

Avviare le attività, nonostante la zona sia a forte vocazione turistica, non è stato affatto semplice: «Abbiamo avuto problemi sia a livello burocratico che finanziario. Quando un giovane avvia un’attività commerciale, ottenere un prestito da una banca senza garanzie non è semplice. Oggi le tre società di cui sono socio non esisterebbero se non avessi avuto il sostegno della famiglia».

Tortarolo, a mo’ di esempio, racconta che per installare un lavaggio automatico per le mountain bike – il secondo in Europa -, ha dovuto aspettare un anno per ottenere i permessi necessari: «La burocrazia è folle. Senza forti agganci politici e conoscenze, è difficile crescere. I tempi della burocrazia dilatano tutti i processi e innovare diventa asfissiante».

Anche lui è concorde sul fatto che, a parte il turismo, il territorio offra ben poco ai giovani: «L’industria, qui, è sparita completamente. La Piaggio, che aveva nel Finalese una sede storica, è stata spostata lasciando uno scheletro industriale fatiscente di fronte al mare. Le uniche imprese che ormai tirano sono quelle legate all’accoglienza turistica – afferma, e conclude -. Vivo sulla mia pelle la mancanza di opportunità per i giovani: la mia fidanzata, che lavora in ambito economico, si è dovuta trasferire a Parigi per avere un contratto stabile e una buona retribuzione».

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