Caso Suárez, la rabbia degli studenti di Perugia: «Sapevamo che qualcosa non andava, anni fa uno scandalo sul business delle certificazioni è finito nel nulla»

La frustrazione degli studenti dei corsi in italiano, tra mancanza di fondi e bilanci opachi. E quella degli stranieri, che inseguono da anni il titolo che l’attaccante del Barcellona ha avuto in pochi giorni

Sono circa mille gli studenti iscritti all’Università per Stranieri di Perugia. L’ateneo, distribuito tra le mura di Palazzo Gallenga, è diviso in due “dipartimenti”: quello per italiani che sognano di laurearsi in materie in lingua straniera e quello dedicato agli stranieri che studiano la cultura e la lingua italiana (anche) per ottenere la cittadinanza. Compartimenti «stagni», a sentire gli universitari, eppure la voce che qualcosa non andasse circolava da tempo.


Il caso di Luis Suárez – il centravanti del Barcellona al centro di uno scandalo per la presunta truffa attorno al suo esame per la cittadinanza italiana – «è solo la punta dell’iceberg». Quella del giocatore è “la storia del momento” «ma è sintomatica di qualcosa che non va, in profondità, e che non va da molto». Dettagli, però, su come fosse l’andazzo dalla parte di ateneo dedicato agli stranieri, ancora pochi, «sono tutti blindatissimi». A parlare è Luca Merico, 40 anni, lavora come portiere notturno, fa il giardiniere e nel tempo libero sta prendendo una laurea in Lingue. E’ lui a capo della rappresentanza studentesca e, tra gli impegni, siede anche nel consiglio di amministrazione dell’ateneo.

«Suárez caso isolato? Chissà, la magistratura farà il suo dovere e spero i professori parlino. Certo è un sistema universitario che ha parecchie falle al suo interno. Hanno scoperto la presunta truffa perché intercettavano persone dell’amministrazione, e non penso stessero cercando di scovare qualcosa sugli esami di italiano per ragazzi stranieri». È infatti notizia di ieri, 22 settembre, un’inchiesta in corso delle Fiamme Gialle sugli ammanchi dell’università per stranieri. Sono tre i milioni che mancano nelle casse. «Questa storia la sapevamo da tempo, qui, tra di noi, nei corridoi s’era sentito vociferare di questa faccenda. Soprattutto avevo visto i bilanci – sedendo nel consiglio di amministrazione. La cosa doveva solo deflagrare».

Merico ci spiega che ombre sul rilascio delle certificazioni erano emerse già due anni fa, a maggio 2018: un blitz della guardia di Finanza aveva portato all’acquisizione di numerosi documenti relativi al Centro per la certificazione linguistica. Ad occuparsene era stata la Lombardia: l’Unistra di Perugia, attraverso il Centro valutazione e certificazioni linguistiche, intrattiene rapporti con diverse realtà pubbliche e private nel Paese, anche a Milano. «La faccenda degli enti che “appaltano” il rilascio delle certificazioni non è mai stato troppo chiaro, ma noi non avevamo capito bene e anche la Finanza, alla fine, non era arrivata a nulla di concreto. Inoltre l’università di Perugia aveva detto che non si sarebbe assunta la responsabilità per ipotetiche scorrettezze commesse da altri, cosa che trovo sbagliata perché alla fine quell’esame è certificato come “Università di Perugia”».

«Mi hanno chiesto: “Luca ma adesso che si fa?” Adesso protesteremo»

«Sono tutti arrabbiati», dice Merico. «Mi hanno chiesto: “Luca ma adesso che si fa?” Eh, adesso protesteremo». Perché non ci sono solo la truffa, l’esame durato 15 minuti e il personale amministrativo che chiedeva ai professori come falsificare il lasciapassare per Suárez. Il problema riguarda chi ha soldi e potere e chi no. «Qui ci ritroviamo con un soggetto milionario che, in virtù della posizione che ricopre, e dei soldi che possiede, può permettersi di ottenere tutto e subito, e poi ci siamo noi poveri disgraziati che studiamo, arranchiamo, e dobbiamo supplicare per avere strumentazione varia per lo studio senza ottenere nulla. In un momento come questo, poi, è uno schiaffo a chi l’università se la suda».

Dall’ateneo, sorvegliato da un custode che ci dice che la segreteria della Facoltà di italiano per stranieri, alle cinque del pomeriggio, è chiusa, esce sgusciando un ragazzo nero. Cappellino con visiera, capelli ricci, canotta e pantaloncini. Porta un plico di fogli in mano, mentre se ne va in giro con gli auricolari indosso. «Suárez? Ho sentito». Tahir è arrivato dalla Nigeria con la madre e i tre fratelli, si è rimboccato le maniche per avere un titolo di studio e per non sentirsi «meno degli altri». «Qui studio da tre anni, vengo a seguire tutte le lezioni anche se non mi va ma so che è per il mio bene. Cittadinanza? Neanche l’ombra. Sono triste, più per voi che per me. Non è questa l’università che frequento io», dice, mentre scappa via sotto la pioggia.

Il professore: «Dobbiamo pensare agli studenti, quelli veri»

«Che vergogna essere collega di ateneo di queste persone», dice Enrico Terrinoni, professore ordinario di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia. Appena saputo del coinvolgimento di due colleghi della sua stessa università nella vicenda, s’è sfogato scrivendo di non riconoscersi in quella condotta. «Sono all’opposizione rispetto ai vertici, non mi interessa neppure rimanere anonimo». Spiega che non gli risulta aleggiasse qualcosa di sospetto, in passato: «Quello delle certificazioni linguistiche è un centro distaccato rispetto a noi che insegniamo nei corsi di laurea». Conosce la rettrice Bolli e la professoressa Spina? «Certamente. Ma non mi interessa parlare di loro. Ora bisogna pensare agli studenti, quelli veri».

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