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Il Nobel per la Pace 2020 va al World Food programme per «i suoi sforzi per combattere la fame nel mondo»

di Giovanni Ruggiero

Sfumano i pronostici che davano anche quest’anno il premio a Greta Thunberg per il suo impegno a favore del clima o all’Oms, a nome degli operatori sanitari impegnati nella pandemia del Coronavirus

Il Nobel per la Pace quest’anno è stato assegnato al World Food Programme «per i suoi sforzi per combattere la fame, per il suo contributo al miglioramento delle condizioni di pace nelle aree colpite da conflitti e per agire come forza trainante negli sforzi per prevenire l’uso della fame come arma di guerra e conflitto». 86,7 milioni di persone assistite in circa 83 Paesi ogni anno, la missione del World Food Programme è quella di un’assistenza alimentare che salvi più vite possibili. La principale organizzazione umanitaria e agenzia delle Nazioni Unite ha sede a Roma e lavora a stretto contatto con la Fao e altre 1.000 organizzazioni non governative nazionali e internazionali, per fornire assistenza alimentare e affrontare le cause principali della fame.



La maggior parte degli interventi del WFP si concentrano in Paesi colpiti dai conflitti, «dove il rischio per le popolazioni di essere denutrite è tripla rispetto ai paesi in pace», come spiegano gli organizzatori. Vittime di guerre, conflitti civili, siccità, inondazioni, terremoti, cattivi raccolti e disastri naturali le principali emergenze a cui il programma cerca di dare assistenza. Per un totale di circa 15 miliardi di razioni alimentari distribuite ogni anno. La lista dei candidati al prestigioso premio era lunga e sconosciuta. Un elenco di ben 318 nomi, il quarto numero più alto di sempre, che aveva visto tra i papabili per la vittoria l’attivista svedese Greta Thunberg, già data per favorita lo scorso anno, e l’Oms, a nome di tutti gli operatori sanitari impegnati nella lotta al Coronavirus.

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