La lezione del barista di Catanzaro e il rischio delle norme imprecise

Un esercente “genio e sregolatezza” mette a nudo l’imprecisione delle regole scritte per fronteggiare la pandemia

Un esercente di Catanzaro ha chiuso il proprio bar a mezzanotte, come prescritto dalle norme vigenti, per poi riaprire alle 00:15: una scelta chiaramente elusiva, ma supportata dal fatto che nessuno ha pensato di inserire nel nuovo DPCM che ha imposto la chiusura per l’emergenza Coronavirus una durata minima da rispettare prima della riapertura. Un buco talmente clamoroso da impedire alle forze dell’ordine di applicare qualsiasi sanzione a questo campione di genio e sregolatezza. Un errore che non sembra causale.


L’incertezza del diritto dell’ emergenza

Il ritorno nella scena pubblica dei DPCM anti-Covid riporta sotto i riflettori un problema irrisolto, che spesso ha risvolti grotteschi: l’improvvisazione dei testi normativi. Un’improvvisazione figlia della fretta e del modo sbagliato con cui si scrivono le norme, chiamate spesso a coprire i ritardi o i compromessi della politica, che depotenzia in maniera importante l’efficacia delle misure di contrasto al contagio e rende difficile la loro applicazione corretta. C’e da sperare che il barista di Catanzaro non faccia proselitismo, spingendo i cittadini a cercare tra i risvolti del diritto dell’emergenza gli spazi per eludere i divieti governativi.

Una possibile falla già si intravede nelle regole che vietano lo svolgimento degli “sport di contatto”. Se si scorre l’elenco preparato dalla Presidenza del Consiglio in allegato al DPCM del 13 ottobre scorso, si scopre che il calcio è vietato nelle forme del calcio a 5, a 7, a 8 e a 11: scommettiamo che qualche buontempone organizzerà una partita di calcio a 6 o a 9? Come potranno le forze dell’ordine applicare una sanzione in un caso del genere, pur avendo chiaro che  sarebbe, anche questo, un comportamento elusivo? Gli esempi potrebbero continuare, perché tutto l’elenco è soggetto a interpretazioni e dubbi di vario genere.

Il problema di scrittura delle regole

C’è un problema di scrittura delle regole, che nascono sempre incomplete e mal funzionanti, perché – come ricordato sopra – vengono scritte di fretta e senza la giusta riflessione tecnica. Un problema non nuovo: basti ricordare le settimane di discussione che hanno accompagnato, durante la prima ondata della pandemia, i DPCM che introducevano concetti assolutamente imprecisi come “affetti stabili”, “attività motoria e sportiva”, “congiunti” ecc.

Se a livello centrale ci sono questi problemi, a livello regionale la situazione non è migliore: l’Ordinanza della Regione Lombardia con cui sono previste anti contagio ha un capitolo intitolato alle “misure anti – movida”, una concessione al gergo giornalistico che lascia davvero stupefatti. È chiaro che siamo dentro un’emergenza e quindi non è il momento di pensare allo stile: qualche scivolone linguistico può e deve essere tollerato. Ma quando si scrivono regole che limitano la libertà personale bisogna preoccuparsi di renderle chiare, semplici e facili da applicare: l’oscurità e l’imprecisione del linguaggio normativo compromette i rapporti con i cittadini e rende più difficile l’applicazione di misure cosi impopolari.

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