Decreto Ristoro, perché la proroga del divieto di licenziamenti è un errore strategico

Prorogata fino al 31 gennaio 2021 la moratoria: una misura che frena il decollo delle politiche attive, aggrava la crisi delle imprese e alza il divario con i giovani e precari

Con l’approvazione del c.d. Decreto Ristori viene ancora una volta prorogata (è la terza volta) una misura nata come temporanea all’inizio della pandemia e ormai diventata strutturale, il divieto di licenziamenti “economici”. Il Decreto precisa che tale divieto viene prorogato fino al 31 gennaio 2021, data entro la quale è precluso l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo e quelle individuali fondate su un giustificato motivo, salvi casi eccezionali (cambi appalto, cessazione definitiva dell’attività dell’impresa, accordo collettivo aziendale, fallimento senza esercizio provvisorio dell’impresa). Una misura unica nel panorama internazionale e anche nella storia repubblicana (c’è uno solo precedente nel periodo post bellico) che apparentemente offre una tutela “forte” ai lavoratori, definendo un percorso obbligato per tutti quelli colpiti dalla crisi: l’accesso alla cassa integrazione.


Il ricorso alla cassa integrazione impedisce l’accesso alle politiche attive 

Questa scelta è un errore strategico che può costare molto caro al nostro Paese, per molte ragioni. La prima investe proprio i lavoratori che il divieto si propone di proteggere: mantenere artificialmente (grazie alla cassa integrazione estesa a tutti) dei posti di lavoro che ormai sono stati spazzati via dall’emergenza sanitaria e dai cambiamenti produttivi che ne sono scaturiti, significa instaurare un rapporto poco onesto e trasparente con i cittadini, che rischiano di diventare degli stipendiati di Stato cui nessuno ha il coraggio di dire come stanno le cose. 

Una gestione matura e socialmente responsabile di un tema così delicato dovrebbe partire da un approccio opposto: prendere atto che il posto di lavoro non c’è più, consentendo alle imprese di licenziare (ovviamente, senza abusi e nel rispetto di tutte le garanzie di legge), e pensando a misure che consentano di sostenere chi perde il lavoro. 

Sostegno che deve essere economico – potenziando, ad esempio, la NASPI, che potrebbe essere allungata a tre anni, quanto meno per un periodo transitorio – e anche occupazionale, mediante un rilancio delle politiche attive. Rilancio che deve passare da modelli innovativi, per non risolversi nelle solite inefficaci misure degli ultimi anni, quali la cooperazione con le agenzie private per il lavoro e il ripristino dell’assegno di ricollocazione, opportunamente rivisto e modernizzato.

Seguendo questo approccio le persone oggi “parcheggiate” dentro la cassa integrazione anche quando in realtà la perdita del posto di lavoro è irreversibile  verrebbero messe, in modo chiaro e trasparente, in condizione di comprendere davvero quello che sta accadendo. E potrebbero ricevere gli strumenti utili ad attivarsi nella ricerca di un nuovo lavoro.

Il divieto di licenziamento aggrava la crisi delle imprese

La seconda ragione per cui il divieto di licenziamento non deve essere prorogato è di tipo produttivo. L’emergenza Covid non ha generato solo delle crisi occupazionali temporanee, ma ha anche travolto definitivamente tanti modelli di business, rendendo necessaria una profonda riorganizzazione e ristrutturazione delle imprese. Un processo essenziale per consentire alle aziende di restare competitive ed evitare che, quando il Covid sarà finito, il nostro sistema produttivo abbia accumulato un ritardo non più colmabile con le imprese operanti negli altri sistemi (dove manca un divieto del genere).

Cresce il divario tra tutelati ed esclusi

La terza ragione per cui il divieto di licenziamento non deve essere prorogato riguarda i giovani e, più in generale, gli “esclusi” del mercato del lavoro. Non serve un economista per capire che un meccanismo come quello applicato nel nostro Paese da marzo ad oggi (ammortizzatori sociali per tutti, divieto di esuberi) ha costruito un muro altissimo tra le imprese e chi non ne fa parte: un muro che non impedisce solo l’uscita dalle imprese, ma rende di fatto impossibile anche il percorso opposto (a meno che non ci si trovi in uno di quei pochi settori che sono in crescita per via dei nuovi fabbisogni generati dall’emergenza). 

I giovani in cerca di prima occupazione, i lavoratori con contratti flessibili genuini (lavoro a termine e somministrazione), i precari costretti ad accettare piccoli e grandi abusi contrattuali (false partite iva, co.co.co. irregolari, stage simulati, ecc.) non sono tutelati da nessun divieto di licenziamento: possono essere lasciati a casa senza nessuna formalità, con poche tutele e senza nessuna speranza di entrare o rientrare in azienda. 

Basta proroghe, servono politiche attive 

È necessario, quindi, che il Governo prenda coraggio e, quando sarà scaduta questa ennesima proroga, si assuma la responsabilità di compiere un passaggio importante verso il ripristino delle regole ordinarie, investendo su un grande piano di politiche attive e cedendo alla facile tentazione di concedere, a gennaio, l’ennesimo rinvio alla scadenza di una norma sbagliata e ormai anacronistica. Norma che, a forza di essere prorogata, rischia di diventare strutturale, sollevando grandi dubbi di costituzionalità.

Leggi anche: