Recovery Fund, la linea del Piave dello Stato di diritto: intesa sul meccanismo che blocca i fondi dopo un voto a maggioranza qualificata

L’accordo per vincolare gli aiuti europei alla tutela dei diritti umani da parte degli Stati è più vicino. Ora manca solo l’approvazione del Parlamento europeo e dei 27 Stati membri

Dopo mesi di negoziati, è stata raggiunta l’intesa tra la presidenza tedesca dell’Unione europea e l’Europarlamento per vincolare l’erogazione delle risorse del budget pluriennale, e del Recovery Fund, al rispetto dello Stato di diritto. L’accordo prevede un meccanismo in grado di bloccare i fondi dopo un voto a maggioranza qualificata. La decisione è il primo passo in avanti per sbloccare lo stallo che impedisce l’approvazione del Quadro finanziario pluriennale, e quindi del Recovery Fund e del resto del Next Generation EU.


Adesso, per concludere è necessaria l’approvazione del Parlamento europeo e dei 27 Stati membri. Per gli europarlamentari, il meccanismo è lo strumento che finalmente permette di sanzionare gli Stati che non rispettano gli standard democratici. Fino adesso l’unico mezzo di questo tipo previsto dai Trattati europei era l’Articolo 7, la cui attivazione prevede un percorso che può portare a delle sanzioni, come la rimozione del diritto di voto a Bruxelles.

La procedura è stata attivata nel 2017 contro la Polonia e nel 2018 contro l’Ungheria, messe sotto accusa per via dei presunti tentativi del governo di minare l’indipendenza della magistratura. L’articolo 7 però richiede un voto all’unanimità, quindi Varsavia e Budapest hanno disinnescato la procedura sul nascere grazie alla possibilità di proteggersi a vicenda. Con il nuovo meccanismo, questo non sarà più possibile.

Coma funziona?

A proporre la sospensione dei finanziamenti è la Commissione europea, gli Stati membri dovranno metterla ai voti entro un mese con un voto a maggioranza qualificata, che significa soddisfare due condizioni: devono votare a favore il 55% degli Stati membri (15 su 27), che rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue (circa 290 milioni di abitanti su un totale di 447). Per farsi un’idea, esiste anche un calcolatore creato ad hoc.

La sospensione dei pagamenti può essere richiesta in risposta alle «violazioni dei principi dello Stato di diritto in uno Stato membro», come le interferenze sulla magistratura di cui sopra o laddove i governi «rischiano seriamente di compromettere la sana gestione finanziaria dell’Ue bilancio o la tutela degli interessi finanziari dell’Ue», che invece ha molto a che fare con la scarsa trasparenza, l’illegalità e la corruzione nella gestione delle risorse.

Questo punto è importante anche per altri Paesi, compresa l’Italia. Eventuali scandali sulla gestione dei fondi europei potrebbero finire con una discussione in sede comunitaria, con le conseguenze che si possono immaginare. Secondo la dichiarazione della co-relatrice Gardiazabal Rubial, europarlamentare spagnola, il sistema tutela anche i beneficiari finali che dovessero vedersi privati delle risorse a loro destinate dopo un blocco dei trasferimenti. Rubial ha detto che chi rischia di vedersi negare i fondi per colpe non proprie, potrà presentare un reclamo alla Commissione e ottenere le risorse che gli spettano.

La svolta basterà a sbloccare lo stallo?

L’auspicio della presidenza tedesca dell’Ue è che l’accordo sul rispetto dello Stato di diritto permetta di sbloccare le trattative sul budget pluriennale, da cui dipende anche il Recovery Fund. Il problema però è che tra Stati membri e gruppi europarlamentari ancora non è stata risolta la trattativa sull’ammontare complessivo del budget pluriennale, a detta dei secondi “cannibalizzato” per aumentare il budget del Recovery Fund a spese dei programmi esclusivamente europei come Erasmus+ e tanti altri.

L’Europarlamento vuole assolutamente fondi aggiuntivi, ma la presidenza tedesca è nettamente contraria. La prossima riunione è prevista per lunedì. Continuare a bloccare il piano di aiuti nel pieno della seconda ondata del Coronavirus non metterebbe in buona luce il Parlamento europeo.

Il veto di Ungheria e Polonia

Inoltre, a minare il successo di questa complicata combinazione di accordi tra istituzioni europee ci sono i diretti interessati. La reazione ungherese non si è fatta attendere, il ministro della giustizia, Judit Varga, ha denunciato l’accordo come un ricatto ideologico contro l’Ungheria, e minacciato il veto sul bilancio.

Già, perché mentre per approvare il meccanismo sullo stato di diritto è sufficiente la maggioranza qualificata, sul bilancio e la cosiddetta decisione delle risorse proprie, Ungheria e Polonia hanno di nuovo la possibilità di mettere il veto, e l’intenzione dichiarata di farlo. Per Budapest e Varsavia significherebbe bloccare l’approvazione di decine di miliardi destinati ai loro investimenti, molti a Bruxelles sono pronti a scommettere sul bluff e vedere le carte. Fino adesso però Orbàn e soci non si sono mai tirati indietro.

Foto di copertina: EPA/RADEK PIETRUSZKA POLAND OUT | Proteste a favore della Comunità Lgbtq+ in Polonia

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