Coronavirus, i numeri in chiaro. Il fisico Sestili: «Superato il picco dei decessi della seconda ondata. In calo il numero dei ricoveri»

Per il divulgatore scientifico questa «deve essere la settimana decisiva per vedere gli effetti dell’ultimo Dpcm»

Diminuisce, nel primo bollettino di questa settimana, il numero di nuovi casi di contagio di Coronavirus in tutta Italia. Ma diminuisce, come sempre accade in concomitanza con il fine settimana, anche il numero dei tamponi effettuati. «Come ogni lunedì, registriamo un notevole calo dei tamponi, che sono 43 mila in meno rispetto a ieri, e addirittura 102 mila in meno di venerdì scorso, che è la giornata in cui si è registrato il record di tamponi in assoluto», commenta a Open il fisico e divulgatore scientifico Giorgio Sestili. «Quindi c’è un crollo: erano due settimane che non si registravano così pochi tamponi. È il consueto calo del weekend, ma è notevole».


Sestili, che ricadute ha questo crollo dei tamponi sui numeri del contagio registrati oggi?

«È l’ottica in cui va letto il calo dei casi positivi: 27 mila non sono così pochi se pensiamo che il rapporto casi positivi è salito ulteriormente, addirittura al 17,9%. Un dato che supera quello già alto di ieri, quando si è toccato il record del 17,4%. Una settimana fa, quando si registrava come ogni lunedì, eravamo al 17,1%».

Questo cosa significa?

«La diminuzione dei tamponi non giustifica la riduzione dei casi, mentre i casi continuano a essere tanti, tanto che il rapporto è aumentato. Il rallentamento dei contagi si osserva invece dalle medie settimanali. Nella settimana appena conclusa, dal 9 al 15 novembre, c’è stato un incremento di casi del solo 8% rispetto alla settimana precedente. Nell’ultima settimana 243.444 casi, e in quella precedente 225.788: l’incremento è stato dell’8%. Nella settimana prima eravamo al 23% di incremento. In quella ancora prima, del 65%, e in quelle ancora prima fino a oltre il 92%. Stiamo quindi rallentando sensibilmente.

Come leggere invece il calo di ricoveri in ospedale e in rianimazione?

«Il calo di terapie intensive e ospedalizzazioni è invece una notizia positiva. I tamponi qui non c’entrano niente, c’è un rallentamento degli ospedalizzati che ormai si registra da una decina di giorni. È così per i ricoverati con sintomi lievi, che oggi sono +489: un incremento che è ormai da giorni ampiamente sotto le mille unità. Due settimane fa registravamo incrementi quotidiani di oltre un migliaio di pazienti, oggi siamo alla metà. E questo chiaramente allenta la pressione sugli ospedali. La stessa cosa avviene per le terapie intensive: ieri c’era stato un picco alto, di +116, oggi sono 70. Anche in questo caso la crescita si è fermata da tempo e anzi: se guardiamo alle medie settimanali assistiamo a una diminuzione dei nuovi pazienti in terapia intensiva».

C’è una diminuzione anche nel numero dei decessi.

«Le morti continuano a essere tante, sopra le 500 unità, ma abbiamo certamente raggiunto il picco. Il picco di oltre 636 della seconda ondata (del 12 novembre) non dovremo rivederlo più almeno per il momento. È chiaro che sono passati solo 4 giorni, ma l’impressione è che si cominci a scendere. Sono tanti, ma siccome ormai registriamo un rallentamento dei contagi, quello delle vittime, lo abbiamo imparato, è l’ultimo parametro a rallentare. Ma dovrebbe cominciare a scendere».

La curva sta effettivamente rallentando o, come dicono da più parti, stiamo assistendo all’effetto della saturazione della curva?

«Più aumentano i casi, più ce ne perdiamo per strada. E questo ce lo dice bene il rapporto tra casi positivi e tamponi: noi abbiamo segnalato la rottura del cosiddetto “argine” quando il rapporto ha sfondato il 3%, tra il 4 e il 5 ottobre scorso quando siamo passati dal 2,8% al 3,7%. Lì è cominciato a saltare il sistema di contact tracing. In un mese e mezzo siamo arrivati al 17.9%: questo significa che la sottostima dei casi è reale.

E quello che ci dice che c’è una sottostima maggiore del numero dei nuovi contagi è il fatto che la letalità sta aumentando. Siamo passati dall’1,27% di un mese fa all’1,70%: se prima moriva una persona ogni 80 positive, adesso ne muore una ogni 60. L’aumento della letalità non significa che il virus è diventato più pericoloso, ma che i casi reali sono più di quelli che registriamo. Nel corso della prima ondata, quando ci perdevamo un’infinità di casi, ricordiamolo, la letalità era intorno al 14%».

È di oggi la notizia che l’Abruzzo diventerà zona rossa a partire dal 18 novembre, lasciando le scuole aperte. La convince questo sistema di zone?

«Questa, insomma, deve essere la settimana decisiva per vedere gli effetti dell’ultimo Dpcm. Ma quella delle zone differenziate per me è una scelta coraggiosa e giusta presa dal governo. Se prima una chiusura totale e indifferenziata era giustificata dal fatto che eravamo impreparati, non conoscevamo il virus, non avevamo sistemi di monitoraggio e tracciamento, ora non sarebbe giustificabile. Se non alzando bandiera bianca e ammettendo che non siamo capaci di gestire un’epidemia. I mesi che abbiamo avuto per prepararci ci dovrebbero servire per avere un monitoraggio capillare su base locale del virus.

Anche ora ci sono grosse differenze a livello regionale: sull’incidenza dei contagi, sull’occupazione dei posti letto in terapia intensiva, sulla capacità di fare tamponi e in generale sui famosi 21 parametri individuati dall’Istituto superiore di Sanità. Ci sono differenze importanti: da regione a regione, ma anche da provincia a provincia. La scelta di agire su base regionale è coraggiosa. Sarebbe stato più facile chiudere tutto come chiedevano tante regioni (scaricando le responsabilità sul governo), ma è più corretto così. Se l’Italia riuscirà a uscirne bene in questo modo, si distinguerà anche da tanti altri paesi europei che anche in questa seconda ondata hanno invece adottato misure indifferenziate».

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