«La Regina degli scacchi» vista con un Maestro di scacchi: «Quelle partite sono una metafora della vita»

di Valerio Berra

A colloquio con il Maestro Giuseppe Andreoni sulla serie Netflix che racconta la storia di Beth, una ragazza prodigio degli scacchi interpretata da Anya Taylor-Joy

Il matto del Barbiere. O il matto del pastore, dello studioso o del bambino. Uno schema semplice, fatto di poche mosse che serve per passare direttamente dall’apertura allo scacco matto. Uno schema in cui spesso incappano i giocatori alle prime armi, come successo anche nella prima partita di Beth, la protagonista di La regina degli scacchi, la serie tv – prodotta nel 2020 e distribuita da Netflix – che ha ottenuto un grande successo di pubblico. Il volto di Anya Taylor-Joy infatti campeggia ancora nella homepage della piattaforma di streaming al primo posto tra le serie più viste dagli abbonati.


La storia si sviluppa in sette puntate (non è all’orizzonte una seconda stagione) e racconta la vita di una donna che, partendo da una scacchiera nello scantinato polveroso di un orfanotrofio, arriva a sfidare i Gran Maestri nei tornei più prestigiosi del mondo. Il soggetto è ispirato al romanzo La regina degli scacchi, di Walter Trevis. Gli scacchi non sono esattamente il gioco più diffuso in Italia ed è per questo che è insolito vederli come scenario di una serie di successo. Per capire meglio lo schema di questa vittoria abbiamo intervistato il Maestro Giuseppe Andreoni che con Beth ha in comune una cosa: anche lui, nella sua prima partita, è stato sconfitto con il Matto del Barbiere.

La prima partita?

«Ovviamente è stata una sconfitta. Ero in terza media e avevamo un’ora senza professori da riempire. Insieme a un compagno di classe avevamo disegnato una scacchiera alla lavagna. Io conoscevo un po’ il gioco perché mio padre mi aveva insegnato le regole. Il mio compagno mi ha sconfitto con il Matto del Barbiere ma da quel momento non ho più smesso di giocare. Ora gli scacchi sono il mio lavoro, insegno e sono un giocatore professionista».

The Queen’s Gambit è
circolata molto fra gli scacchisti?

«Certo.
Gli scacchi non sono il calcio, non se ne parla molto in Italia.
Appassionati o no, resta comunque una serie molto piacevole».

Come mai questa serie è riuscita a fare breccia in un mondo di cui si parla poco?

«Gli
scacchi sono metafore della vita, le battaglie sulla scacchiera sono
quelle che viviamo ogni giorno. È un gioco molto impegnativo ma gli
autori di The Queen’s Gambit
sono
stati bravi. Sono riusciti a tradurre qualcosa di molto tecnico in un
prodotto adatto a un audience molto vasto».

Beth è una ragazza prodigio. In pochi anni passa dai tornei statali alle partite contro i Campioni del Mondo. È possibile avere una carriera così veloce?

«l passaggio da prima partita a campionessa del mondo è piuttosto veloce. Ma nella storia degli scacchi ci sono molte personalità che hanno bruciato le tappe. Judit Polgar, la numero uno tra le scacchiste, era Gran Maestro a 15 anni».

Qui una domanda tecnica. Nella serie
si parla spesso di Maestri e Gran Maestri. Come funziona la
classifica?

«Il
requisito più importante è il Punteggio Elo. Ogni professionista
parte con 1440 punti. Più si vincono tornei e più si ottengono
punti. Per diventare Maestro ci vogliono almeno 2200 punti, per
diventare Gran Maestro 2500. Oltre a questo ci sono anche altri
parametri, come la partecipazione a tornei nazionali».

Nella
storia degli scacchi, c’è qualcuno che ricorda il personaggio di
Beth?

«Nella serie ci sono molti riferimenti a partite o campioni realmente esistiti. La storia di Beth è molto simile a quella di Bobby Fischer, un giocatore statunitense che nel 1972 riuscì ad ottenere il titolo di Campione del Mondo battendo il sovietico Boris Spasskij».

I sovietici sono presentati come giocatori formidabili.

«La Russia ha puntato e punta ancora oggi molto sugli scacchi. È erede della tradizione dell’Urss, dove gli scacchi erano respirati da chiunque. Tutt’ora la Russia ha il numero più alto di Gran Maestri presenti nel suo territorio. Al momento però non esistono scuole di scacchi dominanti, il campione del mondo è Magnus Carlsen ed è norvegese. Il secondo al mondo è Fabiano Caruana, un italo-americano».

Particolarità
di The
Queen’s Gambit
è
che la protagonista è donna. Gli scacchi sono ancora un mondo
maschile?

«Abbiamo dei campionati divisi tra uomini e donne ma è ridicolo. Gli scacchi sono uno sport della mente, non c’entra niente il fisico. Eppure è vero; le donne che giocano a scacchi non sono molte».

Sequenze di mosse, strategie tarate con il tempo e manuali sulle aperture. Sembra che la strada per diventare un professionista non sia semplice.

«Per niente. Senza contare che è uno sport povero, quindi solo i grandi campioni riescono a vivere di tornei. Per diventare un buon giocatore si può iniziare dai circoli di scacchi che ci sono vicino a casa. Anche su YouTube poi ci sono ragazzi che fanno un ottimo lavoro. Ma per diventare Gran Maestri bisogna leggere gli schemi e vivere nelle eccezioni. Bisogna capire la scacchiera e fare un salto oltre i manuali per sorprendere l’avversario».

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Valerio Berra