In Italia il doppiaggio non funziona più. Ilaria Stagni, dai Simpsons a Scarlett Johansson: «Vi spiego perché è colpa dello streaming»

di Giulia Marchina

Tra chi lamenta un calo di livello c’è Ilaria Stagni. Doppiatrice da quasi quarant’anni, è la celebre voce, tra le altre, di Bart Simpson

Sei seduto in poltrona, schiacci play, sullo schermo compare una delle decine di produzioni sfornate ogni anno dalle piattaforme di streaming. Titoli di testa, inizio dei dialoghi. Dopo pochi minuti ti accorgi che qualcosa non torna. Le voci suonano strane. Sembrano totalmente scardinate dai personaggi che le “indossano”. Insomma il film è doppiato male, malissimo. La cosa non accade spesso, ma accade. Ed è sempre più ricorrente, soprattutto negli ultimi anni con il conseguente boom dei portali che permettono di vedere legalmente le pellicole, Netflix in cima. Le produzioni sono tante, la catena di montaggio è lunga e non sempre c’è coordinazione per adattare in italiano un prodotto straniero.


«Ci sono colleghi che se ne sono andati dalla cabina di doppiagio»

La doppiatrice Ilaria Stagni

È l’effetto dirompente della domanda e dell’offerta – che mal funziona, però – applicato al mondo della cinematografia. «Ci sono doppiatori che hanno alzato i tacchi dalla cabina di doppiaggio e se ne sono andati perché il lavoro dei colleghi non era soddisfacente», dice Ilaria Stagni. Classe 1967, ha iniziato a praticare l’arte del doppiaggio quando aveva 11 anni. Mira Sorvino, Winona Ryder, Charlize Theron, Jennifer Lopez, Scarlett Johansson sono alcuni dei volti cui in questi anni ha regalato la sua voce. Dai più è conosciuta per l’intonazione che solo lei sa dare a quel «Ciucciati il calzino» pronunciato da Bart Simpson, che ha doppiato per 25 anni di carriera.

La Cvd, società per la quale lavora, insieme a una decina di altre vecchie guardie del doppiaggio, sono sommerse di consegne da portare a termine. Ora, ovviamente, la situazione è un po’ diversa: la pandemia ha stoppato molte case di produzione, i film e le serie tv vengono girate a singhiozzo, e di conseguenza chi doppia è legato a stretto giro a quello che succede nella fase precedente. Netflix con il Covid si è fermata, ha inviato una nota spiegando che «tiene alla salute dei doppiatori e che quindi riavremo il nostro lavoro quando avremo condizioni migliori per farlo». Il buonsenso di Netflix e di altre società ha arginato il problema, ma solo per poco. Doppiaggi scadenti, fuori sincro, con una recitazione di basso livello, ci sono. E questo è dovuto in larga parte al fatto che il mondo dello streaming sputa fuori quantità enormi di lavori. Ma non solo.

Dal set alla cabina di doppiaggio

Per capire cosa succede nel dietro le quinte di un film, bisogna fare un passo indietro. Fino a poco tempo fa le multinazionali che producevano pellicole per il cinema o per la televisione, o serie tv, avevano dei referenti all’interno di ogni Paese. «C’era quindi una persona in ogni Stato di competenza di quella multinazionale che supervisionava i lavori. E in Italia noi avevamo scambi di opinioni con un supervisore o più supervisori italiani». Quando la pellicola è ultimata, viene spedita a un ufficio tecnico che la visiona e ne traduce i dialoghi. Poi passa nelle mani di chi cura l’adattamento. Lo step finale spetta al direttore del doppiaggio che coordina le varie parti, «come farebbe un direttore d’orchestra».

A lavori in corso, o al termine, il supervisore dice la sua sulla scelta delle voci, sui dialoghi. «Ora tutto questo non accade più, la filiera si è accorciata, ma soprattutto noi doppiatori dobbiamo interfacciarci con il supervisore che abita a Dubai e che, con tutto il rispetto, non ne capisce granché dell’adattamento in lingua italiana». Per accorciare l’iter le major si affidano a una manciata di soggetti sparsi nel mondo che danno il via libera ai doppiaggi in lingua. «E a volte chi ricopre il ruolo non ha sempre fatto quello nella vita. Magari hai lavorato in un call center fino a ieri e improvvisamente vieni catapultato nel “mondo delle voci”», racconta Stagni. Sempre per risparmiare, le grandi case di produzione si sono affidate a società che costano meno e che, com’è inevitabile, sono di qualità inferiore rispetto ai centri di doppiaggio più affermati.

«Io mi rifiuto di doppiare se c’è qualcosa che non va, però magari altri non lo possono fare perché hanno contratti peggiori e meno tutele. Ci sono state major che volevano imporre il loro modo di doppiare i film, i loro adattamenti. Non abbiamo mai accettato». Ma non sempre finisce così, soprattutto se fai parte di una società di serie B, «ho visto film doppiati da gente che sembrava passata di lì per caso». Finora, chi continua a spiccare per la qualità delle voci, è la Disney. L’unica che, sembra, non sia scesa a compromessi di qualsiasi natura.

«Quella del doppiaggio italiano è una scuola molto antica, seria», dice Stagni. E aggiunge: «Siamo uno dei motivi per cui il nostro cinema è conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo. Hanno sempre detto che il nostro modo di fare doppiaggio è inimitabile. Prima lavoravamo molto col cinematografico, ora quel mondo si sta spostando sulla tv. Cambia il modo di fare cinema, cambiano i parametri economici e le tempistiche. Dobbiamo prendere atto che stiamo assistendo a una trasformazione ma non possiamo anteporre la bulimia di contenuti alla qualità del lavoro».

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Giulia Marchina