Coronavirus, cosa sappiamo della «variante italiana» isolata ad agosto e perché non dovrebbe preoccuparci più delle altre

Mancano studi che accertino la reale entità della variante italiana. Al momento non risultano evidenze tali da far ritenere che possa essere in circolazione, che limiti l’efficacia dei vaccini, o che implichi forme più gravi di Covid

L’annuncio dell’esistenza di una variante Covid nel Regno Unito da settembre ha portato alla luce l’esistenza, già nota in precedenza agli addetti ai lavori, di diversi altri mutanti del nuovo Coronavirus, per esempio in Sudafrica, in Spagna e in Repubblica Ceca. Prima ancora ci preoccupava l’idea, che la mutazione dominante «D614G» avesse reso il virus più pericoloso, senza averne evidenze rilevanti.


Queste ultime varianti sono comunque interessanti, perché riguardano alcune porzioni della glicoproteina Spike (S). A quanto pare, prima ancora della cosiddetta «variante inglese», ne sarebbe esistita anche una «italiana». Al momento però non risultano evidenze tali da far ritenere che possa essere in circolazione, che limiti l’efficacia dei vaccini, o che implichi forme più gravi di Covid-19.

Per chi ha fretta:

  • Sono noti altri casi analoghi alla cosiddetta «variante italiana»;
  • Al momento non sappiamo nemmeno se possiamo parlare di una «variante che circola» o di un «singolo caso» trovato in condizioni particolari;
  • La sequenza genetica della variante non è ancora pubblica nel momento in cui scriviamo;
  • Il poco che sappiamo deriva da dichiarazioni rilasciate in esclusiva ad AdnKronos. Per quanto prodotto da esperti, questo comunicato resta orfano di studi e dati pubblici sulla sequenza genetica in questione;
  • Non esistono evidenze di una maggiore pericolosità di questa variante o del fatto che possa aver originato quella inglese.

Il caso del paziente bresciano

A dispetto delle stime rispetto a una maggiore trasmissibilità o pericolosità delle altre varianti, scarseggiano le evidenze riguardo a un incremento di pericolosità del virus. Questo al momento riguarderebbe anche la variante italiana. È importante monitorare questo genere di mutazioni, perché riguardando la Spike (S), quindi potrebbero giocare un ruolo nella capacità del virus di legarsi ai recettori delle nostre cellule.

Non a caso Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv), nell’annunciare la nuova variante presente fin da agosto, ha definito Spike (S) «l’uncino che il virus usa per attaccare il recettore presente sulle cellule bersaglio nel nostro organismo».

Stando a quanto dichiarato ad AdnKronos da Caruso, la variante era presente in un paziente affetto da Covid-19 almeno da aprile. Dal momento che ad agosto il soggetto, per quanto apparentemente guarito, non risultava ancora negativo, e con un’alta carica virale, sono stati isolati i mutanti virali a Brescia, sede del laboratorio di microbiologia dell’Asst Spedali Civili, presieduto dallo stesso Caruso. Così è emersa la variante, che interessa in particolare le posizioni 501 e 493, importanti nel legame di Spike (S) coi recettori delle cellule.

La madre della variante inglese?

Secondo i ricercatori dell’università Campus BioMedico di Roma, guidati dall’epidemiologo Massimo Ciccozzi, dall’analisi temporale delle sequenze virali si potrebbe stimare l’emergere della variante ai primi di luglio. Questo però non significa automaticamente che la variante inglese derivi da quella italiana. Abbiamo problemi nello stimare le date con certezza, data la limitatezza dei dati a disposizione.

«Non sappiamo se la variante inglese è emersa esattamente a fine settembre, così come la nostra ai primi di agosto – spiega Caruso ad AdnKronos – Un’analisi temporale delle sequenze di Sars-CoV-2, effettuata dal gruppo di Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’università Campus BioMedico di Roma, ci dice che questa nuova variante italiana potrebbe essersi generata intorno ai primi di luglio. Quel che possiamo affermare dagli studi del collega Ciccozzi è che la nostra è di certo la prima evidenza di mutazioni nella proteina Spike a livello della posizione 501 in Italia e forse, almeno ad oggi, in Europa. L’omologia di sequenza tra la variante da noi identificata e quella inglese porta a pensare che la prima possa avere di fatto generato le altre che oggi stanno emergendo nel nostro continente. Ma per affermare questo è necessario ricostruirne i passaggi, e servono tante analisi del genoma virale ancora non disponibili».

Insomma, non abbiamo sufficienti evidenze di una derivazione della variante inglese da quella italiana, perché i dati sono frammentari e gli accertamenti, ancora in corso.

Dobbiamo preoccuparci?

Al momento, per come è stata diffusa la notizia, tutto quello che ci è dato sapere dipende da questo comunicato, nel quale si cita un singolo caso. Non si citano particolari studi, probabilmente perché è troppo presto. Del resto lo stesso Ciccozzi ad agosto, riferendosi a un’altra variante, rassicurava parlando di un virus «più fragile».

Un recente studio da lui condotto, apparso sull’archivio di articoli scientifici in attesa di verifica medRxiv, riguarda il monitoraggio da parte della sua squadra di ricerca, di ben 13 diversi lignaggi del virus. Se proprio dovesse saltare fuori una variante pericolosa (al momento non sembra questo il caso), c’è da aspettarsi che avremo dei guardiani pronti ad accorgersene, allertando gli enti competenti tempestivamente.

Dovendoci basare solo sull’annuncio diffuso dalle agenzie di stampa, non sappiamo ancora quanto questa variante sarebbe diffusa nella popolazione, né quanto si stimi che possa essere rilevante nell’emergere di casi gravi. Come per la variante inglese, anche quella italiana non dovrebbe causare problemi rilevanti nell’efficacia dei vaccini e dei test diagnostici standard.

Foto di copertina: geralt | Uomo-finestra-corona-coronavirus.

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