Vaccini, il capo dei medici Anelli: «400 mila furbetti? No, ne hanno diritto. Ma perché devono venire prima di chi rischia davvero?» – L’intervista

Il presidente della Fnomceo chiarisce la questione del personale non sanitario che ha ricevuto la prima dose: «Gli amministrativi rientrano nel piano del governo, ma non sono più esposti di odontoiatri o pneumologi che pure lavorano fuori dagli ospedali»

Con una media attuale di 500 morti al giorno per Covid e la campagna vaccinale in affanno, la priorità è ora quella di difendere almeno le persone più fragili. Tra questi, i medici e gli operatori sanitari, da mesi in prima linea. Ma l’obiettivo non è ancora compiuto e a dimostrarlo sono i 300 professionisti sanitari deceduti a causa della pandemia, dato in crescita continua, come riportato ieri, 22 gennaio, dal presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli.


È stato lo stesso Anelli poi a mettere in evidenza anche un altro dato: su 1.312.275 dosi di vaccino fino a ora utilizzate, 400 mila sono state iniettate a personale non sanitario, per un totale di medici e infermieri con prima dose ricevuta che non supera i 700 mila. L’ombra dei “saltafila” è tornata quindi a suscitare timori, sulla base di una campagna vaccinale che ha avuto già modo di stanare ai suoi esordi episodi di inaccettabili furbate. Chi è che starebbe saltando la fila? E con quanta facilità, dato il grosso numero? Open ha chiesto di far chiarezza direttamente al presidente Anelli.

Dottor Anelli, chi sono questi 400 mila che avrebbero saltato la fila?

«Mi chiede se ci sono i furbetti? Ci sono. Lo abbiamo visto nel caso di dosi distribuite a parenti e amici nelle settimane scorse, episodi inaccettabili. Ma il punto sulle 400 mila persone pone un ulteriore problema di ingiustizia. Si tratta dell’insieme di dipendenti delle strutture ospedaliere pubbliche che non sono né medici né infermieri: tutti gli amministrativi, le persone delle imprese di pulizia, gli addetti alla sicurezza e così via. Persone che rientrano nella categoria di massima priorità decisa giustamente dal governo a inizio campagna vaccinale».

Dunque non stanno saltando nessuna fila?

«La vera domanda è: perché i medici e gli operatori sanitari che non lavorano nelle strutture pubbliche – ma che sono allo stesso modo in prima linea in termini di fattore di rischio – sono attualmente tenuti fuori dalla priorità? Perché lo pneumologo che lavora fuori dall’ospedale, ma è comunque a stretto contatto con i pazienti, deve venire dopo dopo il geometra che lavora nell’Asl, o dopo l’imprenditore che costruisce l’ospedale, come nel caso di Bari? Il punto è che è stato dimenticato una parte del mondo sanitario, che fuori dagli ospedali rischia e muore».

Chi sono nello specifico quelli a cui si starebbe rubando il posto?

«Non si tratta di rubare ma di venire prima sulla base di un livello di rischio minore. Sugli amministrativi non dico che non abbiano il diritto di essere vaccinati e capisco che un ospedale vada avanti anche grazie a loro, ma se il programma vaccinale procede per valori di rischio, allora è inaccettabile che medici e operatori sanitari siano stati esclusi. Gli odontoiatri, a contatto con la bocca e la saliva dei pazienti, uno dei veicoli di contagio preferiti dal virus, i professionisti privati come gli pneumologi, gli esperti in malattie infettive, gli internisti, i farmacisti, totalmente esclusi con un’attività di front office importantissima: tutte persone che lavorano quotidianamente per tutelare la salute dei cittadini. Chi li protegge?»

Le dosi di vaccino scarseggiano, aggiungere ora una categoria prioritaria vorrebbe dire rivedere totalmente il piano e forse rallentare ancora…

«Qui ci sono morti in ballo e una questione etica che non si può ignorare in nome di un piano ormai scritto. La somministrazione per gli operatori sanitari esclusi potrà essere anche dilatata, diversificata a seconda delle disponibilità, fatta anche tra un mese, quello che si riterrà più giusto. Ma di certo non ignorata. A questo proposito mi aspetto una risposta tempestiva da parte del governo e del Commissario Arcuri al fine di una revisione di priorità per i vaccini.

Il fatto di non aver avuto finora nessuna voce in capitolo all’interno della Cabina di Regia ha penalizzato il ruolo di una professione fondamentale per la difesa del Paese dal virus. Credo che il minimo che ora il governo possa fare è rivalutare le decisioni aggiungendo i professionisti esclusi. Tra i 300 medici deceduti ci sono molti dei professionisti di cui sto parlando, nessuno dovrebbe essere messo in una condizione di cosi alto rischio sul posto di lavoro. Senza contare il fatto che non esistono medici di serie A e di serie B. Questo sistema ha fallito completamente».

Cos’è che non ha funzionato dall’inizio?

«Nei primi momenti di pandemia senza dubbio la mancata organizzazione. Col passare dei mesi poi pensavamo che il problema fosse attribuibile alla mancanza di dispositivi di protezione. Ma anche quando è stato risolto le persone in prima linea hanno continuato a morire. I protocolli di sicurezza hanno fallito e continuano a farlo, solo nel 2020 l’Inail ha attribuito al personale sanitario il 70% delle denunce di infortunio sul lavoro, una cifra esorbitante. Capisce bene che il vaccino è per noi l’arma fondamentale per riuscire ad arginare questa strage».

E sui furbetti veri, che a quanto pare pure ci sono?

«Le Procure devono andare avanti, ma a difenderci da questi episodi deve esserci anche la sorveglianza rigida e attenta delle amministrazioni, al momento per nulla adeguata».

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