I numeri in chiaro, Laurenti: «In molte regioni crescono i casi, scienza e politica capiscano dove serve la zona rossa a causa delle varianti»

Le varianti scoperte in Inghilterra e in Brasile sono «osservate speciali» e rischiano, per la docente all’Università Cattolica e direttrice del Servizio di Igiene ospedaliera, di peggiorare la situazione in un momento di riaperture

Il bilancio dei contagi da Coronavirus negli ultimi sette giorni «non conferma l’andamento favorevole osservato nelle settimane precedenti». Ne è convinta Patrizia Laurenti, docente all’Università Cattolica di Roma e direttrice del servizio di Igiene ospedaliera. «C’è un arresto e in nove regioni si registra un aumento dei casi», dice a Open. Insomma, la fondazione Gimbe ha ragione: «L’effetto Natale è terminato. Hanno riaperto molte scuole e molte regioni sono state promosse al giallo. Il che significa aperture di cui comprensibilmente le persone approfittano», spiega la professoressa. «E poi ci sono i focolai dove emergono le varianti Covid, che vanno considerati dei veri e propri osservati speciali».


L’«ultimo miglio»

Il suggerimento, dal punto di vista scientifico, può non piacere a politica ed economia. «So che è un’affermazione dolorosa perché è un anno che viviamo in chiusura», dice Laurenti. «Ma suggerirei una stretta almeno fino alla fine di febbraio. Siamo all’ultimo miglio e il sacrificio fatto in maniera corretta darà risultati duraturi».

Di che genere di stretta parliamo in termini di meccanismi di colori e aree? «Non parliamo evidentemente di zona gialla ma, almeno, di zona arancione. In alcuni contesti oggettivamente anche la zona rossa. Lo sforzo dal punto di vista scientifico e politico deve essere quello di capire dove è veramente necessaria la zona rossa anche in relazione alle varianti che stanno circolando».

Editing video e grafiche: Vincenzo Monaco

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