«Il successo di Israele? Vaccinazioni 7 giorni su 7, centri in tutto il Paese e prenotazioni facili» – L’intervista

Il ricercatore Hagai Rossman, tra gli autori dello studio dell’Istituto Weizmann sulla campagna israeliana, racconta perché il Paese è diventato un punto di riferimento mondiale

Dopo due lockdown nazionali, e un incremento di contagi che durante l’estate ha toccato il picco, lo scorso 20 dicembre Israele ha dato il via alla sua campagna vaccinale contro il Coronavirus. Nel giro di due settimane il Paese è diventato subito il riferimento mondiale di una campagna veloce ed efficace. Al primo gennaio, solo 14 giorni dall’inizio delle somministrazioni, il 10% dei suoi quasi 9 milioni di abitanti aveva già ricevuto una dose di vaccino. Secondo i dati forniti da Our World in data, al 19 febbraio più del 49% della popolazione ha ricevuto una dose del vaccino di Pfizer/Biontech. Mentre il 33% è già stato completamente vaccinato. Numeri che sono particolarmente elevati se si guarda agli over 60.


In questa fascia d’età, tra le più vulnerabili, più dell’80% ha già ricevuto due dosi. Una velocità di immunizzazione che secondo lo studio preliminare dell’Istituto Weizmann sta già mostrando la discesa di diversi indicatori. Il numero di infezioni – si legge nella ricerca – sta diminuendo soprattutto tra le persone di età superiore ai 60 anni. In questa fascia di età, nell’ultimo mese e mezzo si è verificato il 56% in meno di infezioni, il 42% in meno di ricoveri e il 35% in meno di morti per Coronavirus dopo la seconda dose.

Le relative piccole dimensioni del Paese, e una popolazione poco numerosa, hanno certo avuto un impatto sulla gestione della campagna vaccinale. Ma non quanto l’affidabilità di «un sistema sanitario fortemente presente a livello territoriale e comunitario», spiega a Open il ricercatore israeliano, Hagai Rossman, tra gli autori dello studio dell’Istituto Weizmann. Per legge tutti i cittadini devono registrarsi presso una delle quattro organizzazioni mutualistiche sanitarie aperte, obbligatoriamente, «a tutti senza limiti di età o condizioni di salute».

È stata la simbiosi tra una sanità fortemente presente sul territorio, e il controllo centralizzato del governo, a permettere di avere una campagna vaccinale senza intoppi: «È questa forse la nostra grande storia di successo. Hanno aperto centri di vaccinazione in tutto il Paese che lavorano almeno 18 ore al giorno, sette giorni su sette. E non hanno neanche avuto bisogno di farsi aiutare dall’esercito».

Fonte: Istituto Weizmann / Studio sull’andamento dei ricoveri tra le fasce d’età dopo i lockdown e le vaccinazioni

La facilità di prenotazione

Come in Italia, la vaccinazione è iniziata dagli operatori sanitari, e dagli individui considerati più a rischio di contagio, come i lavoratori e gli ospiti delle Rsa. Ma l’inclusione di tutte le altre fasce di età è stata poi subito estesa agli over 60, agli over 55, fino alle categorie più giovani, come gli over 16. «È molto facile farsi vaccinare – dice Rossman -, per fissare un appuntamento basta chiamare, o accedere al portale che viene usato normalmente per fissare visite ed esami». E le persone più anziane, o disabili, «vengono accompagnati direttamente – attraverso servizi di assistenza – ai centri di vaccinazione».

L’accordo con Pfizer

Sull’approvvigionamento Israele si è mossa con largo anticipo. E al momento, il Paese ha così tante dosi di Pfizer che il vaccino Moderna non è ancora stato somministrato, anche se è stato concesso in licenza lo scorso 5 gennaio. Israele è in realtà riuscito ad assicurarsi uno stock significativo di dosi del vaccino di Pfizer Biontech impegnandosi a condividere rapidamente con l’azienda i dati sull’impatto della vaccinazione. L’accordo «di collaborazione per prove epidemiologiche nel mondo reale», diffuso dallo stesso governo israeliano, chiarisce che Pfizer comprende che Israele debba rimanere sempre ben fornito per fornire analisi di qualità sul vaccino.

La campagna vaccinale in Palestina

«Sicuramente affidarci quasi completamente a Pfizer è stata una scommessa che ha ripagato», dice Rossman che ribadisce come dietro al successo israeliano ci sia una campagna vaccinale che fin dai primi giorni è stato molto aggressiva. Ma insieme a una macchina che sembra perfetta, c’è anche l’ombra di una campagna che non procede di pari passi con quella palestinese. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ci sono stati più di 189.000 casi confermati di coronavirus e 2.100 morti tra i palestinesi in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza.

Lo scorso 31 gennaio Israele ha promesso di donare 5 mila vaccini alla Cisgiordania per vaccinare gli operatori sanitari. Ma non ha fornito una data di consegna. «Israele ha dichiarato che potrebbe vaccinare i palestinesi che lavorano in Israele (decine di migliaia), ma non ha ancora chiarito se fornirà vaccini alla popolazione che abita nei territori occupati», osserva Yara M. Asi, ricercatrice in gestione sanitaria e informatica all’università della Florida.

La scarsità di vaccini

Secondo Israele – citando gli accordi di pace Oslo – spetta all’Autorità Palestinese occuparsi dell’acquisto di vaccini. L’alto commissario dell’Onu per i diritti umani ha però chiarito, in una recente dichiarazione, che è responsabilità di Israele fornire un accesso equo ai vaccini Covid-19 per i palestinesi a Gaza e nella West Bank. «Sicuramente l’Autorità Palestinese non è esente da critiche. Nei mesi scorsi si è esposta molto poco sulla questione dei vaccini e non sembra che abbia avuto alcun contatto con Israele». Ma mentre l’AP è ancora in attesa «delle spedizioni da AstraZeneca e delle donazioni dal programma Covax dell’OMS per i paesi a basso reddito. La maggior parte dei palestinesi, anche nelle categorie ad alto rischio, non ha ancora accesso ai vaccini in questo momento».

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