Myanmar, la repressione della polizia contro i manifestanti si fa più violenta. Giallo sull’ennesima vittima

Un’altra donna sarebbe stata ferita, forse mortalmente, nel corso di nuove manifestazioni. La protesta va avanti nonostante la repressione sempre più violenta da parte del regime

Proiettili di gomma o di metallo? Dalle immagini e dalle notizie che circolano su quanto sta accadendo in Myanmar, non è sempre chiaro con quali mezzi la polizia stia reprimendo le proteste. Ma certo è che, a distanza di oltre tre settimane dal golpe che ha destituito il governo democraticamente eletto e ha riportato l’esercito al potere, la risposta delle forze dell’ordine si è fatta sempre più violenta. Il numero di attivisti e manifestanti morti – anche esso incerto – è in crescita: secondo Reuters, le vittime sono almeno 3, mentre il Guardian parla di 5 morti.


L’ultimo caso riguarda una donna di Monywa, città di oltre 200 mila abitanti nel centro del Paese, a circa 130 chilometri a ovest di Mandalay. La polizia le avrebbe sparato durante una manifestazione, ferendola. Non è ancora chiaro se la donna sia morta o se sia ricoverata in condizioni critiche. Ma l’episodio è soltanto l’ultimo in un contesto di crescenti tensioni, di scioperi che si sono trasformati in manifestazioni e scontri e che, secondo un’associazione locale per i prigionieri politici (AAPP), hanno portato all’arresto di almeno 771 persone dal 1° febbraio.

Tra loro c’è anche Aung San Suu Kyi – il cui partito aveva vinto le elezioni di novembre – agli arresti domiciliari ufficialmente per aver infranto le leggi sul Covid e per aver importato illegalmente dei walkie talkie. Dove si trovi Suu Kyi esattamente, e in che condizioni, non è dato sapere e anche il suo avvocato ha dichiarato di non essere riuscito a entrare in contatto con lei. Secondo alcuni membri del suo partito sarebbe stata spostata dalla sua residenza in un luogo a loro sconosciuto.

Gli scontri dopo l’appello dell’ambasciatore

Oltre a Monywa, migliaia di manifestanti – tra cui molti giovani – si sono radunati per protestare pacificamente in alcune tra le città più grandi del Paese, come Yangon e Mandalay, dove hanno dovuto fare i conti con i raid della polizia. Secondo l’agenzia Reuters, a Yangon come in altre città la polizia ha caricato i manifestanti sparando in aria e colpendoli con i manganelli.

L’ultima ondata di proteste arriva dopo il discorso dell’ambasciatore del Myanmar Kyaw Moe Tun all’assemblea generale delle Nazioni Unite venerdì. «Abbiamo bisogno della più forte azione possibile da parte della comunità internazionale per mettere fine immediatamente al golpe militare», ha dichiarato, dicendo di parlare a nome del governo di Aung San Suu Kyi. Secondo il generale Min Aung Hlaing, a capo della giunta militare, le autorità starebbero usando il minimo della forza nel reprimere le manifestazioni.

Per il momento la comunità internazionale – a partire dagli Stati Uniti – si è limitata ad annunciare sanzioni nei confronti del regime. Mercoledì scorso anche Facebook ha preso posizione, bannando dalla piattaforma l’esercito che a sua volta, a partire dai giorni immediatamente dopo il golpe, aveva sospeso il social media per cercare di arginare le proteste.

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