Ascesa e caduta di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace arrestata dall’esercito in Myanmar

Figlia dell’eroe dell’indipendenza dall’impero britannico, è stata per anni una paladina dei diritti e della democrazia. Ma quando è arrivata al potere ha stretto un patto faustiano con i militari, che ha anche difeso dalle accuse di genocidio

Doveva essere la leader in grado di traghettare Myanmar verso la democrazia dopo quasi cinquanta anni di dittatura militare, ma alla fine Aung San Suu Kyi è stata disarcionata dagli stessi leader militari con cui ha stretto un patto faustiano. Di democratico in Myanmar attualmente c’è ben poco: questa settimana il parlamento avrebbe dovuto riunirsi per la prima volta dalla elezioni dell’8 novembre, stravinte con l’83 percento dalla sua Lega nazionale per la democrazia, ma in un colpo di stato l’esercito ha arrestato Aung San Suu Kyi insieme a tutti i membri del suo gabinetto, i “governatori” di alcune regioni chiave, scrittori, attivisti e altri membri dell’opposizione. L’annuncio è stato dato sul canale televisivo di proprietà dell’esercito, citando la costituzione del 2008 che permette ai militari di dichiarare lo stato di emergenza. Una costituzione che la stessa Suu Kyi all’epoca aveva chiamato «una farsa».


La figlia dell’eroe nazionale, Nobel per la Pace nel 1991

EPA/YONHAP SOUTH KOREA OUT | Aung San Suu Kyi, 27 novembre 2019

Da anni infatti il partito di Suu Kyi si batte per cambiare la carta costituzionale che, tra le varie cose, impedisce a chiunque di diventare presidente se il coniuge, uno dei genitori, uno dei figli o i coniugi dei figli sono cittadini di un Paese straniero. È il caso di Suu Kyi, i cui figli sono stati concepiti con lo storico britannico Michael Vaillancourt Aris, morto a Oxford nel 1999. Ma il passato di Suu Kyi è molto radicato nella storia del Myanmar. Nata nel 1945, è figlia dell’eroe indipendentista Generale Aung San, assassinato quando lei aveva 2 anni, poco prima dell’indipendenza dall’impero britannico nel 1948.

Dopo quattro anni passati in India, Suu Kyi si trasferì all’Università di Oxford, dove incontrò il suo futuro marito. Dopo aver trascorso del tempo in Giappone e in Bhutan, i due si stabilirono nel Regno Unito per crescere i due figli. Tornata in Myanmar per occuparsi della madre nel 1988, partecipò alle proteste contro l’esercito, seguendo l’esempio di altri movimenti non-violenti per i diritti civili, come quello di Martin Luther King negli Stati Uniti e di Mahatma Gandhi in India. È così che, con l’arresto dei principali leader del movimento, finì agli arresti domiciliari, dove trascorse circa vent’anni, dal 1989 al 2010, tranne alcuni periodi di libertà. Quando le fu dato il Premio Nobel per la Pace fu il figlio maggiore a raccoglierlo, visto che Suu Kyi temeva che se lo avesse fatto le sarebbe stato impedito di rientrare.

Il patto con l’esercito e le accuse per le persecuzioni dei Rohingya

Riuscì finalmente ad entrare a pieno titolo nella scena politica del Myanmar nel 2015 quando vinse le elezioni più libere e democratiche nella storia moderna del Paese, diventando nel 2016 consigliera di stato e leader de facto del governo. Così si sarebbe dovuta aprire una nuova fase nella vita politica del Paese che però continuava ad essere dominata dall’esercito. La costituzione del 2008 infatti assegna automaticamente il 25 percento dei seggi in parlamento e alcuni ministeri chiave – interni, difesa e il ministero che si occupa dei confini territoriali del Paese – all’esercito.

In questi anni Suu Kyi è scesa a patti con l’esercito, cercando di ottenere il suo sostegno, finendo per macchiare la propria credibilità come paladina della democrazia e dei diritti, anche a livello internazionale. Il suo governo è stato duramente criticato sia per aver perseguitato giornalisti e attivisti utilizzando leggi che rimandavano al suo passato coloniale, sia per aver difeso l’esercito dalle accuse di genocidio per la persecuzione della minoranza etnica musulmana dei Rohingya iniziata nel 2017. Nel 2019, Suu Kyi ha difeso il Myanmar dalle accuse di pulizia etnica un processo presso la Corte internazionale di giustizia. Anche se non le è stato ritirato il Nobel, questo le era costato il Premio Sakharov per i diritti umani.

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