Il tramonto di Aung San Suu Kyi. L’Europa la sospende dal Premio Sakharov per il genocidio dei Rohingya

Nel 2019 la leader birmana aveva negato qualsiasi coinvolgimento dell’esercito nello sterminio della minoranza musulmana

Doveva averci creduto anche il regista francese Luc Besson, quando nel 2011 le dedicò un film: un lungometraggio sulla sua vita e L’amore per la libertà. Un ritratto, quello di Aung San Suu Kyi, per restituire al pubblico la vicenda umana e politica del premio Nobel per la pace contro la dittatura in Myanmar, l’allora Birmania. Dieci anni dopo, di quella figura non è rimasta nemmeno l’ombra.

Neppure l’Europa – la cui vista è ormai più che appannata, ormai di fronte a quasi qualsiasi violazione dei diritti umani, a cominciare da quelle in Libia, nel Mediterraneo, in Grecia – è riuscita a chiudere un occhio davanti al genocidio dei Rohingya, la minoranza musulmana che vive nello stato occidentale del Rakhine, nel Myanmar, e di cui Suu Kyi è stata complice con il suo silenzio.

Fuori dal premio Sakharov

Il Parlamento europeo ha deciso ieri di escluderla dalla comunità dei vincitori del Premio Sakharov per i diritti umani. Un riconoscimento che l’attuale ministra degli Esteri birmana ha ricevuto nel 1990 per i suoi sforzi di portare la democrazia nel suo Paese. Più di 700 mila cittadini di etnia Rohingya sono fuggiti, a partire dal 2017, nel vicino Bangladesh per fuggire allo sterminio attuato da parte del governo.

Il Myanmar e Suu Kyi hanno negato più volte di essere coinvolti in un genocidio culturale. Lo scorso dicembre davanti alla Corte Internazionale di giustizia la leader politica ha difeso l’esercito e i militari senza mai pronunciare – nel suo discorso di 3.379 parole – il termine Rohingya. Il segretario dell’Onu Antonio Guterres l’ha definita «una, se non la minoranza più discriminata al mondo».

La repressione dell’esercito ha costretto migliaia di persone a fuggire, soprattutto via mare, nei Paesi vicini. I Rohingya rappresentano la più grande minoranza musulmana all’interno del Myanmar. Ma il governo li ha privati della cittadinanza ed esclusi anche dal censimento del 2014. Il 25 agosto del 2017 un primo gruppo di Rohingya è arrivato in Bangladesh raccontando di essere fuggito da truppe governative, appoggiate da folle di buddisti locali, dopo che i militari avevano bruciato i loro villaggi, ucciso e stuprato i civili.

Un genocidio culturale

Nel 2018 un’inchiesta delle Nazioni Uniti ha accusato formalmente l’esercito di genocidio. Accuse che alla fine del 2019 la leader birmana ha rigettato. Con più di mezzo milione di Rohingya che si ritiene vivano ancora nella provincia del Rakhine settentrionale del Myanmar, i funzionari dell’Onu hanno avvertito che esiste un «serio rischio che le azioni di genocidio possano continuare».

Fuggiti dalla loro terra, ora il dramma dei Rohingya è lo stesso di quello di milioni di profughi, costretti ad attraversare il mare aperto alla ricerca di un “porto sicuro“. Il business dei trafficanti lucra, anche in questa parte del mondo, sulla pelle dei più deboli.

Nelle ultime ore un gruppo di Rohingya arrivato in Indonesia ha raccontato dell’inferno vissuto negli ultimi 200 giorni. Picchiati dai trafficanti, una testimone ha detto di aver perso il conto di quanti corpi sono stati gettati in mare dopo aver contratto malattie. Molti hanno pagato fino a 2.400 dollari (2.022 euro) per salire a bordo, ma i trafficanti li hanno tenuti in ostaggio per mesi per estorcere più denaro ai loro amici e parenti.

«Non sono proprio Margaret Thatcher, ma neanche Madre Teresa»

Difficile pensare a una parabola più discendente di questa per Aung San Suu Kyi, passata dal riconoscimento del Nobel per la Pace a doversi presentare all’Aja per rispondere di crimini contro l’umanità. E ora strappata dall’Unione europea di un riconoscimento toccato a pochi instancabili attivisti per i diritti umani.

Nel 2012 le era toccata anche la visita alla Casa Bianca con l’allora presidente Barack Obama. In un’intervista del 2015 aveva detto: «Non sono proprio come Margaret Thatcher, no. Ma d’altra parte, nemmeno Madre Teresa. Non ho mai detto di esserlo».

Già durante le elezioni del 2015 il partito di cui era a capo aveva respinto tutti i candidati musulmani. «Ora sto cominciando a chiedermi quanta parte della sua motivazione nella lotta contro la dittatura fosse veramente per la democrazia – aveva detto l’attivista per i diritti umani Benedic Rogers nel 2018 – e quanto di essa fosse più la sua voglia di essere al potere come figlia predestinata del padre».

Foto copertina: EPA/KOEN VAN WEEL

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