Chi ha regalato una mimosa e ha figli condivida la Dad. Altrimenti si riprenda la mimosa

Una proposta per andare oltre gli slogan sulla parità di genere sul lavoro

Con la trasformazione dell’Italia in una gigantesca zona rossa torna su scala nazionale lo spettro della Dad, la didattica a distanza (che già in molte regioni era ripresa) per i bambini e gli adolescenti. Una modalità necessaria per garantire il rispetto delle misure di distanziamento sociale, che non cambia solo le abitudine scolastiche dei nostri figli, ma impone una vera e propria rivoluzione nella vita delle famiglie.


Con tutti gli adattamenti e le differenze connesse alle diverse fasce d’età, un figlio che va a scuola richiede uno sforzo organizzativo della famiglia che si concentra, essenzialmente, in due momenti; portarlo a scuola e andarlo a riprendere. Con l’eventuale “coda” dei compiti (che dovrebbero essere fatti in autonomia, ma non sempre accade). Uno sforzo organizzativo che, pur nella rigidità degli orari, consente alle mamme e ai papà di organizzare la propria vita lavorativa, che sia in presenza oppure in smart working.

Con la Dad lo scenario cambia completamente. Invece di consegnare questi simpatici pargoli alle scuole per 5, 6 o 8 ore, dobbiamo tenerli in casa, e aiutarli a gestire una cosa molto complessa, nuova e difficile come la didattica a distanza. Accendere il computer, trovare il link, sistemare l’inquadratura; controllare che stiano attenti, preparare la merenda, apparecchiare la tavola, preparare il pranzo, sparecchiare, controllare che facciano i compiti. Una lista infinita di cose da fare.

Ma intanto bisogna anche lavorare. E come si fa? Durante la pandemia le famiglie hanno trovato una soluzione semplice semplice: se ne sono occupate, in maggioranza, le donne, chiamate a combinare lo smart working (per chi ne poteva beneficiare) con questa imprevista e indesiderata ondata di nuovi compiti domestici. Nonostante lo smart working non sia una prerogativa femminile, è stato sdoganato, silenziosamente, il concetto che fosse compito delle donne lavorare da casa e occuparsi del “pacchetto DAD”.

Uno smart working reso difficile dallo stesso legislatore, che non riconosce i congedi a chi lavora da casa, come se fosse tutto sommato una forma di vacanza retribuita. Ora che le scuole ritornano a una situazione simile a quella del lockdown, bisogna evitare di ricadere nello stesso errore. In che modo? Avanziamo una proposta molto semplice ma efficace, destinata a tutti i maschi con figli che hanno regalato una mimosa l’8 marzo. Persone che hanno a cuore, si presume, la parità di genere: altrimenti non avrebbero fatto un gesto così bello.

Questi maschi dovrebbero dare l’esempio agli altri colleghi di genere, chiedendo – ove sia compatibile con le proprie mansioni – lo smart working e prendendosi la responsabilità di gestire al 50% la DAD dei figli. Una condivisione che dovrebbe essere vera e reale. Questi papà dovrebbero, cioè, trasformarsi, secondo le necessità, in tecnici IT, cuochi, housekeeper, ecc., per la metà del tempo in cui i figli fanno la DAD; questa collaborazione dovrebbe essere concreta e reale, per scongiurare il rischio che questi volenterosi si limitino a vagare per la casa come dei figli aggiuntivi in attesa di qualcuno che si occupi di loro.

E magari, nei giorni in cui i papà si occupano dei figli in smart working, le mamme dovrebbero lasciarli soli, per occuparsi dei propri affari esattamente come accade nel caso contrario. I maschi contrari ad accettare questa sfida dovrebbero restituire la mimosa, almeno per coerenza: ci sono gesti che vanno riempiti di contenuti, per non trasformarsi in riti autoassolutori.

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