Dieci anni di guerra in Siria. La documentarista Zaina Erhaim: «Sono le donne e la comunità Lgbtq+ ad aver pagato il prezzo più alto» – L’intervista

«Non ci aspettavamo che la guerra sarebbe durata così tanto», racconta a Open l’attivista, giornalista e regista Erhaim, a dieci anni dallo scoppio del conflitto nel suo Paese

In Tunisia era stato il sacrificio di Mohamed Bouazizi, datosi alle fiamme in protesta contro la crisi economica, ad accendere la miccia della rivoluzione tunisina e a dare il via alle Primavere arabe. In Siria, il 6 marzo 2011 la rabbia popolare era esplosa nella città dei Dara’a dopo che il regime di Bashar al-Assad aveva arrestato e torturato una quindicina di adolescenti che avevano scritto sui muri della scuola dei graffiti contro il governo: «Il popolo vuole rovesciare il regime».


L’umiliazione e la rabbia trasformarono la città del sud della Siria nella culla della rivoluzione. E presto quella che sembrava una protesta provinciale, e circoscritta, si diffuse in tutto il Paese. Il 15 marzo manifestazioni scoppiarono anche nella capitale Damasco e ad Aleppo, le due più grandi città della Siria, segnando ufficialmente l’inizio della rivoluzione siriana. Dieci anni dall’inizio delle proteste, quello che è rimasto in Siria è un cumulo di macerie, di disperazione, con la morte di oltre 500 mila persone e oltre 12 milioni di sfollati interni e nel mondo.

«Erano solo proteste pacifiche, ma poi sono cominciate le detenzioni arbitrarie, e gli estremisti sono stati rilasciati dalle prigioni». Zaina Erhaim, giornalista, attivista femminista, e regista – intervenuta sabato 13 marzo al festival di Internazionale a Ferrara – commenta a Open quei primi mesi del 2011. «Mi ero appena trasferita a Londra. Avevo ottenuto una borsa di studio Chevening per frequentare un master in giornalismo».

Zaina Erhaim

Ma le notizie che arrivano a Londra sono quelle di amici arrestati e torturati. Così Erhaim decide di usare due cose che quasi nessuno aveva in Siria: la libertà di scrivere e una connessione sicura. «Ho iniziato a tenere un blog per raccontare quello che stava succedendo, e nel 2012 decisi di lasciare il lavoro che avevo alla Bbc e di tornare in Siria».

Da lì poco le rivendicazioni del popolo siriano per ottenere più liberta e democrazia si trasformano in uno scontro violento tra gruppi con agende diverse: «Fino al 2012 c’era ancora una forma di equilibrio. A partire dal 2013 tutto era diventato più estremo. Anche nelle aree controllate dai ribelli si applicavano sempre più restrizioni, specialmente alle donne. E poi è arrivato anche lo Stato Islamico». È il 2014 quando l’Isis prende il controllo della città di Raqqa, nel nord della Siria. «Era tutto caotico, e il conflitto civile è andato di pari passo con una guerra di procura combattuta da potenze straniere».

Credits/Internazionale | L’intervento di Zaina Erhaim al Festival Internazionale a Ferrara

Nello stesso anno Erhaim copre il conflitto dalle aree ribelli di Latakia, Idlib e Aleppo est dove – racconta – «c’erano bombardamenti giornalieri. Non sono una giornalista di guerra, il mio obiettivo era raccontare la vita delle persone comuni, che cosa c’era dietro quei numeri, la politica e le azioni militari». Ed è proprio ad Aleppo est, martoriata dall’assedio delle forze governative con il supporto della Russia, che Erhaim gira in un periodo di 18 mesi Syria’s Rebellious Women, un documentario sulla vita delle donne e il loro coraggio nell’opporsi a qualsiasi ingiustizia.

«Siamo stati ingenui. Non ci aspettavamo che la guerra sarebbe durata così tanto. Pensavamo che come accaduto in altri Paesi arabi avremmo protestato e alla fine Bashar al-Assad se ne sarebbe andato», dice Erhaim. «Sapevamo chi era Assad, ma non ci aspettavano che avrebbe mandato l’esercito a sparare contro la sua stessa gente».

Msf/ Dopo l’avvio delle operazioni militari turche nel nord della Siria, gli abitanti fuggono dalle città e dai villaggi lungo il confine per sfuggire ai bombardamenti. Le équipe di Msf fanno di tutto per portare le cure mediche necessarie e assistenza umanitari, ottobre 2019

Con il passare degli anni il conflitto si è polarizzato: «Ho smesso di parlare di rivoluzione a partire dal 2013, quando la giustizia non era più al centro del dibattito e si era pronti a giustificare azioni brutali finché commesse da avversari». Sicuramente, aggiunge Erhaim, «molte delle persone che hanno imbracciato le armi l’hanno fatto solo per difendere le loro famiglia. E mai prima di allora avevano preso in mano un fucile. Altri, invece, volevano imporre la Sharia, altri avevano un obiettivo ancora diverso. Era difficile unire un’opposizione così divisa e con agende cosi differenti».

Come in tutte le guerre, il protrarsi degli scontri, e l’acuirsi della violenza, colpisce le fasce della popolazione più esposte e meno tutelate. «Le donne hanno pagato un prezzo altissimo. È difficile generalizzare. Alcune di loro sono riuscite a trasformare la loro posizione emarginata e a combattere contro una società fortemente patriarcale. Altre, soprattutto minorenni, sono state costrette dai genitori a sposarsi per paura che venissero rapite o perché le famiglie non avevano soldi sufficienti per mantenerle».

Msf/Nella provincia di Raqqa, le équipe di MSF allestiscono cliniche nei campi degli sfollati e lavorano in numerosi ospedali della zona, tra cui Manbij, Tal Abyad e Kobane/Ain Al Arab, per fornire cure mediche di emergenza alle persone in fuga dalla città di Raqqa

Ma nella spietata gerarchia del conflitto dove chiunque può essere ucciso, dopo le donne, ad aver pagato il prezzo più alto, e ad aver subito i maggiori abusi, è stata la comunità Lgbtq+: «Anche prima della guerra le persone transgender, gay, erano tra le più perseguitate. C’era anche una legge che criminalizzava l’omosessualità. E quando sono arrivati gli estremisti islamici alcuni sono stati spinti giù da alti edifici». Ma – aggiunge Erhaim – se non fosse stato «per le storie che ho potuto raccontare di donne coraggiose che si sono opposte al regime, ai jihadisti, e ai ribelli, in una società così patriarcale, e oppressiva, non avrei saputo sopravvivere cosi tanto in guerra».

Foto copertina: Msf/ Il lavoro di Msf nel rifornimento di forniture mediche di emergenza ai centri sanitari vicino al confine del Libano con la Siria, febbraio 2011

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