Capigruppo Pd, l’appello di Letta sulle donne non convince il Senato. Marcucci: «Allora anche il segretario sia donna»

Fumata grigia nell’assemblea dei senatori. Marcucci non cede alle lusinghe di Letta e annuncia battaglia: «Sappi che noi non siamo incoscienti, ma pretendiamo coerenza»

Sono arrivati assieme, fianco a fianco, con un ritardo di mezz’ora rispetto all’orario di inizio concordato. Camminando alle spalle del Pantheon, Enrico Letta e Andrea Marcucci nascondono dietro ai sorrisi le tensioni di un faccia a faccia durato oltre quaranta minuti a Palazzo Madama: «Siamo forti» e «fra pisani e lucchesi si trova sempre un’intesa», le uniche parole del segretario. Poi, i due hanno raggiunto i restanti senatori del Partito democratico all’interno del Palazzo della Minerva. Qualche minuto dopo le 16, inizia il discorso di Letta ai senatori Dem.


«Mi sono messo in testa di fermare la crisi del Pd: una crisi sulle politiche e una nei rapporti umani deteriorati – esordisce il segretario -. Da dieci giorni abbiamo dato un segnale forte alla nostra gente, al governo, agli altri partiti, al Paese». I primi passaggi del suo intervento si sono soffermati sulla necessità di restare uniti, anche di fronte a una richiesta importante come quelle delle dimissioni dei capigruppo. «Se arriviamo alla sfida con la Lega e il centrodestra con la torre di babele, per me la sfida del 2023 possiamo pure non giocarla, abbiamo già perso – afferma, aggiungendo che – unità non è unanimità. Non c’è niente di male se i gruppi si confrontano e competono su un nome».


Letta: «Chiedo generosità a Marcucci»

Un nome che, però, dovrà essere declinato al femminile. «Un partito come il nostro, organizzato con vertici tutti uomini, semplicemente in Europa non ha cittadinanza. Un uomo segretario, due capigruppo maschi, tre ministri maschi nei governo, cinque presidenti di regione maschi: questa è la nostra prima fila. È irricevibile». Il discorso di Letta tenta di rassicurare quei senatori che hanno avvertito l’intervento del segretario sui vertici dei gruppi parlamentari come uno sgarbo istituzionale: «Gruppi e partito si sostengono a vicenda. Autonomia non vuol certo dire che ognuno va in direzioni diverse», dice, auspicando «sincerità e verità» nel dibattito interno. «Non ho mai visto nessuno vincere con le vendette».

Il segretario cerca di toccare le corde dei senatori di Base riformista – circa 20 su 35 totali -, parlando delle polemiche sull’appellativo dato loro: quello di essere ex renziani, la quinta colonna di Matteo Renzi nel Pd. «Sulla scissione, e sulla resistenza a quel passaggio – a Italia viva, nel settembre 2019 -, avete avuto ragione a scegliere il Pd. Non chiamerò mai nessuno di voi ex qualcosa. Siamo tutti democratici, vi valuterò sulla base di quello che faremo insieme». Poi, rivolgendosi al capogruppo attuale Marcucci: «So che chiedo un sacrificio gravoso a Marcucci e Delrio. Chiedo ad Andrea generosità, anche nel gestire con voi questo passaggio. Evitiamo di stare settimane sui giornali su questi temi interni. Io guardo solo alla mia coscienza e responsabilità».

La replica di Marcucci

Non è soddisfatto dell’incontro privato con Letta e del successivo discorso all’assemblea dei senatori il capogruppo Dem a Palazzo Madama: «Sulla tua proposta di cambiare capigruppo, temo che purtroppo sia troppo generica. Io voglio coerenza, bisogna interrompere la tradizione di avere segretari sempre uomini – risponde a Letta -. Mentre abbiamo la pandemia, i vaccini che non partono come dovrebbero, il Paese in affanno, non voglio che il Pd si limiti a parlare di parità di genere al proprio interno. Sappi che noi non siamo incoscienti, ma pretendiamo coerenza, il passaggio sulla delegazione europea ad esempio non mi è piaciuto. Convoco l’assemblea giovedì (25 marzo, ndr.) mattina alle ore 9 per eleggere il nuovo capogruppo. Io rifletterò in queste ore su cosa dovrò fare».

Parole dure di Marcucci, che rilancia sulla posizione del segretario, ennesimo uomo alla guida del Pd. «In questi giorni difficili per me, la cosa che mi ha dato più fastidio è che in molti non hanno riconosciuto il lavoro e la fatica che abbiamo fatto in questo gruppo parlamentare in questi tre anni così difficili e tormentati – aggiunge il capogruppo Pd al Senato -. Cito la svolta dell’agosto 2019, la successiva scissione che e’ stata drammatica per molti di noi con la conseguente scelta convinta di restare nel Pd. Eppure qualcuno ha continuato a chiamarci corpo estraneo, anche dentro il nostro partito».

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