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A Tokyo 2020 prime calciatrici in ginocchio contro il razzismo: così il Cio ha chiuso un occhio sul regolamento

Grazie a una deroga alla Regola 50 della Carta Olimpica, le atlete e gli atleti potranno «esprimere le proprie opinioni sul campo di gioco, purché lo facciano senza interruzioni e nel rispetto degli altri concorrenti»

I Giochi olimpici di Tokyo 2020 devono ancora formalmente iniziare, ma nel primo match inaugurale del torneo femminile di calcio, le calciatrici di Gran Bretagna e Cile si sono inginocchiate prima della partita nello stadio di Sapporo, come gesto di protesta e sensibilizzazione contro le discriminazioni razziali. Poi hanno fatto lo stesso Usa e Svezia. La capitana della squadra britannica, Steph Houghton, aveva già anticipato le intenzioni della squadra prima della partita: «Nel nostro campionato, così come nelle precedenti partite internazionali, è un gesto che abbiamo sempre fatto. Se possiamo mostrare il nostro sostegno a coloro che sono colpiti dalla discriminazione e dalla disuguaglianza lo faremo». Un gesto anche per esprimere la propria solidarietà nei confronti i calciatori della nazionale inglese (Marcus Rashford, Bukayo Saka e Jadon Sancho) che sono stati vittime di insulti razzisti dopo la finale dell’Europeo contro l’Italia.


La deroga alla Regola 50 della Carta Olimpica

Un gesto che però non sarebbe stato possibile fare in passato, perché secondo la Regola 50 della Carta Olimpica, alle atlete e agli atleti non è consentita la messa in atto «in qualsiasi sito, sede o altre aree olimpiche, di nessun tipo di dimostrazione o propaganda politica, religiosa o razziale». Ma il Comitato olimpico internazionale nelle ultime settimane ha reso meno perentoria la regola, permettendo dunque agli atleti di «esprimere le proprie opinioni sul campo di gioco prima o dopo la competizione, purché lo facciano senza interruzioni e nel rispetto degli altri concorrenti». I gesti d’attivismo, come confermato dal presidente del Cio Thomas Bach, sono consentiti solo prima o dopo l’inizio ufficiale delle competizioni olimpiche. Restano invece vietate durante le gare, durante le cerimonie di premiazione, nel villaggio Olimpico e ne è vietata la pubblicazione sui social. Insomma, il pugno alzato dei velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, durante la cerimonia di premiazione e il ricevimento delle medaglie, resta un gesto tuttora vietato.


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