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Sardegna, la rabbia dopo gli incendi: «Ritardo mostruoso dei soccorsi. L’azienda è distrutta e ora bonifichiamo da soli» – L’intervista

Lo sfogo di Lucia Cocco, imprenditrice agricola di Tresnuraghes, tra i paesi devastati dalle fiamme: «Servono l’intervento dell’esercito e un piano strategico per l’autunno»

«Qui è tutto nero e nessuno ci aiuta». Oltre alla cenere e alla desolazione, in Sardegna rimane il dramma di chi non ha più nulla. E se case, pascoli, piccole e grandi imprese ormai non esistono più, quello che si sente è il grido di rabbia per essere stati abbandonati. A raccontare queste ore è Lucia Cocco, giovane imprenditrice agricola di Tresnuraghes. Il paese della provincia di Oristano è al confine con la regione del Montiferru, la zona da dove è iniziato tutto e dove un’intera montagna ormai non c’è più. Nelle parole di Lucia non c’è solo il racconto di un incubo, ma la denuncia di soccorsi arrivati in ritardo: «Continuano ad ignorarci anche ora, che non abbiamo più nulla».


«Milioni di euro persi e una vita che non c’è più»

LUCIA COCCO | L’azienda agricola della famiglia Cocco distrutta dalle fiamme

Lucia è nata e cresciuta in Sardegna, una terra, racconta, che fin da piccola l’ha abituata a trascorrere le stagioni estive «con il cielo pieno di elicotteri». Sabato 24 luglio aveva appena finito di lavorare nell’apiario, poi divorato dall’incendio, quando la coltre di fumo si è avvicinata oltre il confine del Montiferru. «Nessun avviso dall’antincendio, solo le foto del web a spiegare cosa stesse succedendo», racconta Lucia. «Con prontezza di spirito io e la mia famiglia ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare se il fuoco fosse arrivato anche da noi». «Mio fratello ha iniziato a decespugliare il prato, mia madre ha bagnato tutto lo spazio antistante la nostra casa», continua Lucia, «la vallata si è riempita presto di fumo e a quel punto ci siamo resi conto che le fiamme stavano arrivando in maniera molto veloce».


LUCIA COCCO | L’azienda agricola della famiglia Cocco distrutta dalle fiamme

Il tempo di scendere in paese, a Bosa, per provare a mettere in salvo almeno la macchina: «Sarebbe stato un mezzo in meno da dover portare via in caso le fiamme ci avessero raggiunto». Poi la notizia dell’incendio ormai sempre più vicino da una telefonata della madre: «Le fiamme stanno davvero arrivando». Lucia racconta tra le lacrime il tragitto di ritorno da Bosa a Tresnuraghes, è lei a decidere di avvertire tutti i vicini. «Nessuno ci ha chiamati, l’antincendio qui non si è mai visto», racconta la giovane, «abbiamo visto passare il primo elicottero vero Cugliari alle sette di sera, ma le fiamme lì bruciavano già dalla mattina».

Da lì l’inferno più totale. Dell’azienda familiare di Lucia non è rimasto nulla. A salvarsi soltanto la casa. «Le nostre attrezzature agricole sono andate distrutte per un danno di milioni di euro. I nostri uliveti secolari devastati, l’apiario distrutto, il vigneto arso totalmente, stessa cosa le intere celle frigorifere con carni e formaggi». Anche il pascolo per il gregge dell’azienda è stato completamente bruciato, «insieme ai nostri animali, molti sono morti, altri sono rimasti intossicati, le mammelle delle pecore sopravvissute completamente bruciate». «Qui la sopravvivenza è data dalla pastorizia, c’è gente che ha perso di che vivere – continua Lucia -. I miei genitori hanno comprato questa terra quando avevano 20 anni, investendo tutti i loro risparmi con amore e dedizione. Di tutto questo rimane solo fumo e tanta rabbia».

Dov’erano gli aiuti e dove sono adesso?

LUCIA COCCO | Animali del gregge ucciso dalle fiamme

Oltre alle ore di paura, quello che Lucia racconta è «un ritardo brutale degli interventi di soccorso». «In Sardegna ci sono incendi ogni anno, conosciamo bene il problema. Perché hanno aspettato un giorno intero per intervenire sul Montiferru, il polmone della regione? Erano previsti tre giorni di 40 gradi con scirocco: c’è un incendio e tutti i paesi della zona limitrofa non vengono avvertiti? Assurdo». Lucia continua denunciando una grave mancanza di aiuti anche quando le fiamme ormai erano arrivate nella sua zona. «La Guardia Civile è arrivata a mezzanotte, quando era già tutto bruciato. L’antincendio non è passato. Abbiamo cercato di spegnere le fiamme con le secchiate d’acqua presa dal fiume e le bolle sulle mani». La zona colpita era probabilmente troppo ampia per quelle che erano le risorse disponibili. Ma a questo proposito Lucia si chiede: «Perché si muove l’esercito solo se si tratta di alluvioni? Cosa dobbiamo fare per farli intervenire? Aspettare gli allagamenti di quest’inverno, quando l’acqua non si fermerà perché ad arginarla non ci sarà più nessun albero?». «Siamo stati fortunati» continua Lucia, «perché io e mio fratello abbiamo capito cosa stava per succedere. Se mio padre e mia madre fossero stati da soli, a quest’ora sarebbero morti in casa».

«Ora stanno bonificando i civili»

Ora che è tutto perso la richiesta d’aiuto si fa ancora più forte. «In queste ore ci stanno aiutando molti amici a bonificare. Ma sono davvero loro a doverci sostenere?», si chiede Lucia. «C’è una parte di terreno dietro la collina con tronchi che bruciano ancora: lì dobbiamo trovare il modo di arrivarci con i secchi d’acqua ma si sta parlando di pianura. Le nostre colline sono impervie, con roccia affiorante che ora bolle. Possibile che non ci aiuti nessuno?». La campagna delle zone più colpite è continua a cuocere non solo sopra ma anche sotto terra. «Il microambiente che c’era ormai è morto». È per questo che le operazioni di bonifica ora non saranno facili, con il rischio di non riuscire più a far rivivere una parte fondamentale della regione. «Il silenzio che si ascolta è mortale» continua Lucia, che ora chiede un aiuto immediato da parte delle istituzioni e dei corpi competenti. «Serve un dispiego dell’esercito atto a ribonificare tutto subito. E poi un piano strategico di piantumazione per l’autunno. Non abbiamo abbastanza competenza per poter salvare anche quelle poche piante che, se bagnate nel modo giusto, potrebbero riprendersi».

«La macchina incendiata? Anche una bonifica non fatta è dolo»

La Sardegna non è nuova a incendi estivi che puntualmente distruggono ettari di terra preziosa. Spesso la natura di questi avvenimenti è dolosa, lamentano gli abitanti, parlando del presunto traffico di guadagni che gira attorno alle fiamme appiccate e che andrebbe a vantaggio di chi ha interessi nella gestione dell’emergenza. «Non so dire con certezza se è il caso anche di questa tragedia ma la maggior parte di noi è convinta che non sia affatto un incidente. Le fiamme sono spuntate in parti troppo lontane tra loro e in troppi punti differenti. Va bene il vento, ma è stato troppo». La rabbia di Lucia aumenta quando comincia a parlare di canadair, investimenti di denaro, e di «incendi magari appiccati dalle stesse persone che ci guadagnano sopra». Un circolo vizioso da cui una delle regioni più belle del Paese non riesce ad uscire, «vittima di una mentalità mafiosa e di una mancanza di istituzioni che vi si oppongono sul serio». Quanto all’origine degli ultimi incendi, il tutto sembrerebbe essere nato dall’incendio di una macchina. «Il terreno attorno non era stato bonificato. Che cos’è questo se non anche un dolo? Il disprezzo per la terra sta rovinando intere generazioni. E si badi che non si tratta di vittimismo ma di una denuncia che chi ama più della sua vita questo posto, farà fino a che avrà voce».

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