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Afghanistan, la voce di una dottoressa arrivata in Italia: «Non credete alle promesse dei talebani»

Laureata in medicina, la donna lavorava a Herat in ambulatorio che si occupa di diagnosi del cancro al seno. Il suo nome non è stato rivelato per proteggere la sua identità

Quale sarà il volto del nuovo Afghanistan? I modelli sono tanti. I talebani potrebbero fondare uno Stato simile all’Iran, potrebbero creare un governo come quello che ha governato nel Paese fino all’invasione degli Stati Uniti o ancora potrebbero creare un regime completamente nuovo, basato sulla sharia ma in grado di dialogare con le potenze mondiali. Gli scenari più ottimistici, quelli che seguono le promesse dei talebani sull’inclusione delle donne e il rispetto dei loro diritti, continuano a scontrarsi con le testimonianze che arrivano dall’Afghanistan. Come quelle che parlano di donne offerte in moglie in Pakistan. Una delle ultime è quella che di una donna atterrata da pochi giorni a Milano. È un medico che lavorava a Herat terza città dell’Afghanistan, in un ambulatorio gestito dalla Fondazione Veronesi. Quando i talebani sono entrati in città sono andati dalla sua famiglia a chiedere di lei.


«Qualche giorno fa i talebani hanno bussato alla porta dell’appartamento di mia madre e mia sorella: cercavano me e adesso io temo che subiscano ritorsioni», spiega al Corriere della Sera. Il suo nome non compare nella testimonianza, per questioni di sicurezza. La donna aveva studiato in Iraq ma aveva voluto tornare nella città dove era nata per fare il medico. A Herat nell’ambulatorio della Fondazione Veronesi si occupava di coordinare il team che lavorava sulla prevenzione del tumore al seno: «Gli ultimi giorni in cui lavoravamo al centro sono stati un incubo. L’avanzata dei talebani procedeva e continuavano ad arrivarci i racconti delle atrocità da parte di chi aveva già vissuto sotto il loro regime 20 anni fa. La situazione peggiorava di giorno in giorno e quando abbiamo ricevuto minacce dirette abbiamo capito che dovevamo trovare un modo per lasciare l’Afghanistan».


Da qui il viaggio verso Kabul, l’arrivo in aeroporto e un primo tentativo di imbarco fallito. Poi il volo, grazie all’aiuto dei militari italiani: «Avevamo paura di essere uccisi. Non potevamo tornare indietro perché c’era la polizia talebana con i suoi check point, ma lì era pericolosissimo, la folla si metteva a correre all’improvviso come una mandria impazzita e si sentivano colpi d’arma da fuoco. Inoltre faceva molto caldo e non era possibile trovare acqua o cibo per i bambini che continuavano a piangere. La situazione in Afghanistan è terribile. I sostenitori dei talebani e chi aderisce ai loro gruppi sono persone poco o per niente istruite. E sono inaffidabili nelle loro promesse».

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