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Il Covid blocca (ancora) il servizio civile internazionale: partenza negata per 200 volontari italiani

Contattati da Open, il ministero delle Politiche Giovanili ha spiegato di essere disposto a pensare a uno spostamento dei ragazzi su altri progetti

Fabrizia De Palma ha 29 anni. È cresciuta a Benevento ma ora vive vicino a Monza. Lo scorso 14 agosto stava preparando una valigia. Il giorno dopo doveva andare all’aeroporto di Fiumicino per partire verso il Kenya. Qui avrebbe trascorso almeno sei mesi mesi per il completare il percorso del servizio civile nazionale. Mentre Fabrizia preparava la sua valigia, alle 10.20 è suonato il telefono. Era un responsabile del progetto che stava seguendo il suo percorso: «Mi hanno chiamato – ci racconta la ragazza – per dirmi che non dovevo andare a Fiumicino. Il Kenya era appena entrato a far parte dei Paesi a rischio pandemia: non si poteva partire». Il 14 agosto Fabrizia è restata a casa. E per lei è la terza volta che succede negli ultimi due anni.


Il Servizio Civile Internazionale è stato lanciato nel 2017. È una variazione del Servizio Civile, riservata ai giovani che vogliono fare un’esperienza all’estero. I volontari che si iscrivono a questo programma hanno la possibilità di prestare un servizio di sei mesi in Paesi fuori dall’Unione Europea. Questo tipo di servizio civile può durare tra gli 8 e i 12 mesi e oltre alla permanenza all’estero prevede dei periodi di formazione. Gli ambiti in cui si può svolgere vanno dalla difesa del paesaggio, all’educazione, passando per l’agricoltura, la difesa dei diritti umani e la cooperazione allo sviluppo. L’assegno che viene corrisposto è di 444,30 euro al mese (come per tutti gli altri programmi del Servizio Civile). In più però c’è un’indennità per i periodi di trasferta all’estero che vai dai 13 ai 15 euro.


La storia di Fabrizia, bloccata tre volte prima della partenza

«Ho fatto domanda per questo servizio civile – spiega Fabrizia – per fare un’esperienza di volontariato all’estero. E non solo. Volevo anche lavorare su qualcosa che mi permettesse di mettere un punto in più sul mio curriculum. È un’esperienza in cui si imparano tante soft skill: come adattarsi, come lavorare in squadra e come essere pazienti sul luogo di lavoro». Un’esperienza a cui Fabrizia tiene molto, per cui aveva fatto domanda già tre anni fa: «Ho chiesto di andare nella sede di Nairobi nel 2019. Mi sarei occupata di giustizia minorile. Avevo iniziato proprio a fine febbraio. Non pensavamo che la situazione sarebbe peggiorata tanto ma quando siamo entrati in lockdown il progetto è stato chiuso».

E poi ancora un altro tentativo: «Io avevo già fatto le quattro settimane di formazione. Visto che il progetto su Nairobi era stato chiuso, il dipartimento che si occupa del servizio civile mi aveva proposto di spostarmi sulla Tanzania. Ho accettato ma appena prima della partenza mi hanno fermato per un problema burocratico. Quella volta non sono potuta partire perché non era stato registrato lo spostamento del mio progetto». In tutto questo Fabrizia ha dovuto rinunciare anche a due lavori: «Fra un progetto e l’altro avevo anche trovato dei lavori. Tutti lasciati quando sembrava che dovessi partire. Adesso non voglio ritirare la domanda, anche perché dopo i 30 anni non è più possibile farla».

Le risposte del ministero: «200 i giovani che non sono potuti partire»

A gestire tutte le pratiche che riguardano il servizio civile è il ministero delle Politiche Giovanili, contattati da Open ci hanno spiegato che la storia di Fabrizia è la stessa di decine di volontari: «Sono circa 200 le operatrici e gli operatori volontari interessati dalle criticità emerse riguardo le partenze verso le sedi estere in Paesi a rischio. Sui progetti è stato attivato un monitoraggio con l’Unità di crisi della Farnesina e le autorità consolari locali per la verifica delle condizioni di sicurezza in zone del mondo già molto vulnerabili».

Al momento non è prevista un’indennità per loro, anche se il ministero ha spiegato di essere disposto a pensare uno spostamento su un altro progetto: «L’impatto delle interruzioni è maggiore per i progetti pensati per essere svolti all’estero. A tale proposito è stata data agli enti la possibilità di poter ricollocare in altri progetti o in altri Paesi, i ragazzi e le ragazze per i quali è attualmente sospesa la partenza, anche rimodulandone le attività, ovviamente con il loro assenso». Chi volesse ritirarsi, assicurano dal ministero, potrà comunque ricandidarsi nei prossimi bandi.

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