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Processo Bataclan, Abdeslam contro i familiari delle vittime: «Parleranno anche i morti in Siria e Iraq?». Il giudice lo zittisce

La Corte si è riunita alle 13 e leggerà il documento che sintetizza i 542 tomi dell’imponente inchiesta alla base del processo contro i venti accusati, tra cui il kamikaze sopravvissuto Salam Abdeslam

A tre giorni dall’inizio del processo per gli attentati del 13 novembre 2015, la Corte si è riunita oggi per leggere il rapporto dell’inchiesta sugli attacchi allo Stadio de France di Saint Denis, nei locali al centro di Parigi e al Bataclan. L’udienza è stata convocata alle 13 con l’appello di diversi testimoni, tra cui diversi vicino agli accusati. Conclusi i colloqui in aula, l’udienza si chiuderà con la lettura, da parte del presidente Jean-Louis Périès e dei suoi collaboratori, della sintesi dei 542 tomi che sorreggono l’inchiesta. Questo passaggio durerà almeno 8 ore.


Abdeslam provoca la Corte

Nei giorni scorsi, in particolare, continua il processo contro venti accusati, tra cui il kamikaze sopravvissuto Salah Abdeslam. L’altro ieri in aula, alla prima giornata del maxi processo sugli atti di terrorismo nella capitale che provocarono 130 morti e 350 feriti, Abdeslam è uscito dal silenzio. Ha invocato Allah e si è definito «un combattente dello Stato islamico». Il fondamentalista si è poi lamentato delle condizioni vissute in carcere, dove sarebbe stato trattato «come un cane» e ha contestato la legittimità della presenza in tribunale dei familiari delle vittime, che si sono costituiti come parte civile. «I morti che ci sono stati in Siria e in Iraq potranno parlare?», ha chiesto Abdeslam ai giudici prima di essere invitato a tacere dal presidente della Corte Périès. Che ha fatto staccare il microfono nel momento in cui l’accusato si è trasformato nel legale degli altri tre imputati accusati di aver partecipato alla strage, fornendo dettagli sul loro ruolo. «Mi hanno fatto favori, ma non sapevano niente, non hanno fatto nulla», ha detto Abdeslam parlando del ruolo negli attentati di Mohammed Amri, Hmaza Attou e Ali Oulkadi. «Lei ha avuto 5 anni per spiegarsi non ha voluto fare dichiarazioni, come è suo diritto», ha quindi risposto il presidente Périès: «Adesso ho capito che vorrebbe farlo, ed è una cosa ottima, ma non è il momento».


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