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San Marino al voto per l’aborto legale. Le storie di donne (e medici) che hanno sfidato la legge

Nel piccolo Stato tra Marche ed Emilia le donne rischiano il carcere per decidere il proprio futuro. Così interrompono la gravidanza clandestinamente, con costi altissimi e nella vergogna. Abbiamo parlato con alcune di loro in vista del referendum del 26 settembre

In fatto di autodeterminazione femminile, San Marino è il nostro Texas. Era il 1978 quando l’Italia ha approvato la legge 194 legalizzando l’interruzione volontaria di gravidanza. In questi 43 lunghi anni, dello stesso diritto di abortire non hanno potuto godere le donne di San Marino, un microstato incastonato tra l’Emilia-Romagna e le Marche, una delle Repubbliche più antiche al mondo dove interrompere una gravidanza è reato, ancora oggi, anche in caso di stupro, incesto, anomalia fetale e pericolo di vita della donna. Pena il carcere: gli articoli 153 e 154 del Codice Penale condannano da tre a sei anni di reclusione alla prigione qualsiasi donna decida di abortire, ma anche ogni persona che l’aiuta o esegue materialmente l’aborto. Domani, 26 settembre 2021, San Marino è chiamato a partecipare a un referendum storico: come l’Irlanda nel 2018 (che lo vinse), la cittadinanza è chiamata a esprimersi a favore o contro la depenalizzazione dell’aborto. Insieme ad Andorra e Malta, San Marino è uno dei tre Stati europei dove l’aborto è completamente vietato secondo una legge del 1865 (persino la Polonia ha una normativa meno stringente).


La lunga battaglia di UDS per chiedere l’allineamento con la legge 194

Le attiviste di ‘Unione Donne Sanmarinesi’.

Le donne sanmarinesi – minuscolo Stato cattolico di 33 mila abitanti – sono costrette ad andare ad abortire all’estero, in cliniche marchigiane o romagnole. Il prezzo da pagare, sia materiale che emotivo, è molto alto: ignorate dal proprio Servizio sanitario, devono affrontare le spese di un intervento di ivg (interruzione volontaria di gravidanza) che si aggira tra i 1500 e i 2000 euro e scontrarsi con uno stigma antico e radicato: quello della colpa. Se dal 26 settembre l’ivg verrà depenalizzata, sarà grazie alla lotta dell’Unione Donne Sanmarinesi, un collettivo che – dopo un lungo iter giudiziario – è riuscito a ottenere 3 mila firme, il triplo della soglia minima per porre il quesito referendario. «La scelta del referendum è stata un gesto disperato dopo aver tentato varie strade giuridiche negli ultimi sette anni», spiega a Open Karen Pruccoli, presidente di UDS, «una vecchia associazione femminista degli Anni 70 e 80, sciolta nell’89, che si è ricomposta per questa battaglia». Sia la Chiesa che le frange politiche pro-vita, dice Pruccoli, sono «agguerrite e aggressive» perché temono di perdere il referendum: «UDS sta solo chiedendo l’allineamento con la legge 194 in Italia, niente di più. È passato quasi mezzo secolo».


La Democrazia cristiana, lo stigma e i rischi dell’aborto clandestino

Per comprendere perché nel 2021 l’ivg a San Marino è ancora illegale, serve conoscerne il contesto: «Siamo un Paese conservatore a tradizione cattolica. Basti pensare che il primo partito qui è ancora la Democrazia cristiana: promuove i valori della vita, ma anche loro divorziano, assumono anticoncezionali, formano coppie gay. La loro non è altro che ipocrisia». Un’ipocrisia che colpevolizza la sessualità femminile. «Pensano che le donne abortiscano con leggerezza, come ‘rimedio’», racconta Pruccoli, spiegando che «la narrazione qui è arcaica e colpevolizzante». Vietare l’aborto non ha mai impedito alle donne di scegliere. Solo di farlo nella legalità. «La minaccia del reato penale non fermò neanche le donne italiane prima della 194: in 20 mila morirono per le conseguenze degli aborti clandestini».

L’aborto semi-clandestino è una possibilità solo per chi è in grado di permettersi la somma per l’intervento. E per le più giovani la situazione può diventare drammatica: la presidente di UDS racconta di una 17enne rimasta incinta che non ha intenzione di tenere il bambino e non vuole parlarne con i genitori. «Sappiamo che è stata respinta dal nostro ospedale, si è informata fuori e le hanno chiesto 1300 euro. Disperata, ha chiamato la ginecologa dicendo che non ha quei soldi. Non sappiamo che fine abbia fatto questa ragazza, una delle tante». Essendo punibili anche i medici, infatti, poco possono fare per le sanmarinesi, lasciate a loro stesse.

Vanessa Muratori, attivista di UDS, si dice cauta ma ottimista sull’esito del referendum: «Vent’anni fa qui non c’era dibattito sul tema, finalmente abbiamo riscontrato una forte partecipazione. Nella raccolta firme abbiamo visto anche molte ragazzine minorenni che non potevano firmare, così portavano le sorelle o le amiche più grandi. Ci sembra che la popolazione, soprattutto nella sua fascia più giovane, sia molto più avanti della rappresentanza politica. La sinistra da noi ha fatto pochissimo in questo senso: c’erano sempre leggi più urgenti di quella sull’aborto».

A favore del no alla depenalizzazione dell’aborto c’è il Partito Democratico Cristiano Sanmarinese. Per Aida Maria Adele Selva, membro del PDCS, «il diritto alla vita è il primo diritto da tutelare». L’evidenza che vietare l’ivg non impedisca alle donne di ricorrervi, ma solo di farlo illegalmente, non è una buona ragione per il partito: «L’aborto clandestino esiste da sempre, questa non è una giustificazione per renderlo legale. Abbiamo mai depenalizzato il furto perché le persone rubano?», ribatte. Neanche se rischiamo di mettere in pericolo la salute delle donne? «La libertà di scelta di ognuno di noi si ferma quando intacca la vita di un altro. Il valore della vita è più alto di una pretesa di autodeterminazione», sostiene Selva insistendo su una narrazione drammatica dell’ivg: «I traumi post-aborto sono pesantissimi per la psiche della donna. Oltre al feto, l’altra vittima è la madre. Vietare l’ivg è è essere pro-donne, non contro».

Le storie di Paola, Sonia e Chiara

Non tutte le donne sanmarinesi sapevano che interrompere la gravidanza all’interno del proprio Stato fosse un reato. Paola lo scoprì nel 2008, proprio quando decise di voler abortire. Come Sonia, che nel 2013 rimase incinta mentre si stava lasciando con il suo compagno, racconta che entrò nel panico quando chiamò al telefono il Centro Salute Donna di San Marino e sì sentì rispondere: «Se non hai intenzione di tenerlo non presentarti nemmeno qui». Andò in un consultorio di Rimini dove le diedero di straforo indicazioni sull’intervento: «Fai finta che non ci siamo mai parlate», le disse l’infermiera. Chiara, 50 anni, quando decise di abortire ne aveva 25 ed era già madre. «Dopo un delicato post-partum ero sottoposta a un trattamento con psicofarmaci. Quando ho scoperto di essere di nuovo incinta mi sono informata e sono venuta a conoscenza dei rischi medici che avrei potuto correre, dalle malformazioni congenite a deficit cognitivi per il bambino. Ho deciso di interrompere la gravidanza», racconta. «Mi dissero che dovevo occuparmene da sola, fuori da qui. Mi sentii una clandestina: di fatto lo ero».

Le donne che Open ha intervistato garantendo loro l’anonimato raccontano di un clima profondamente omertoso e colpevolizzante: di aborto, a San Marino, non si parla. Né con i medici, né con le amiche, molto spesso neanche con le proprie famiglie. Il fatto che sia un reato penale alimenta il silenzio già tipico di una forte cultura cattolica. Sonia spiega che la sua famiglia è molto religiosa, e il fatto che l’ivg sia punibile con il carcere per loro ha «inevitabilmente drammatizzato la situazione». Ha quindi affrontato l’iter da sola. Anche per Chiara fu lo stesso: «Andai ad abortire da sola a Rimini, non mi confidai neanche con la mia famiglia. Anzi, dissi loro che ero rimasta incinta ma avevo perso il bambino. Non lo avrebbero mai accettato».

Le forze politiche di destra finanziatrici di un Comitato Pro-vita: «Lo Stato qui non è neutrale»

Sull’esito positivo del referendum del 26 settembre non tutte sono fiduciose. Paola crede che l’influenza della Democrazia cristiana a San Marino sia troppo forte: «Da noi in moltissimi lavorano nella Pubblica amministrazione. In ogni famiglia ci sono notai o avvocati o persone che lavorano in banca. Molti sono cattolici. Qui la Democrazia cristiana comanda da 40 anni anche quando non è al governo». Paola spiega invece che nel contesto sammarinese le istituzioni sono religiose, che dal Medioevo lo Stato è un protettorato della Chiesa. Per questo non è fiduciosa rispetto alla vittoria del Sì: «Lo Stato qui non è neutrale. Le forze politiche di destra hanno costituito un comitato Pro-vita finanziato dallo Stato. Qui ci si fanno favori, c’è il voto di scambio. Funziona così. Per questo non credo vinceremo, ma spero in una presa di consapevolezza».

Anche Dario Manzaroli, medico sanmarinese in pensione, spera che vinca il Sì, per permettere finalmente alle donne sanmarinesi di decidere dei propri corpi: «Trovo che l’illegalità dell’ivg, 43 anni dopo l’approvazione della 194, sia un’ipocrisia politica. In quattro decenni si sono alternati governi di destra e di sinistra, ma la politica ha sempre messo la testa sotto la sabbia».

Il nodo economico e le mancate tutele

Poi c’è il tema economico e delle mancate tutele lavorative in caso di complicanze post-intervento. Un’ivg fuori dal proprio Stato può costare tra i 1500 e i 2 mila euro: una spesa che non ogni donna può permettersi, specie le giovanissime. Chiara racconta che 25 anni fa spese 2 milioni e 200 mila lire per interrompere la gravidanza. Paola nel 2008 pagò un migliaio di euro abbondante. Tutte cercarono di fissare l’intervento a ridosso del week end, in modo da non dover chiedere più di un giorno di ferie (la malattia, ovviamente, fuori dal Servizio sanitario nazionale non è prevista). Sonia ricorda che prese un permesso inventando una visita medica, mentre a sua madre disse che aveva appuntamento dal commercialista. «Poche ore dopo l’aborto chirurgico andai a lavorare, perché in ufficio eravamo sotto inventario e in quel periodo le ferie sono vietate». «Sentivo i postumi dell’anestesia, faticavo a stare sveglia», racconta. «Ma non c’erano soluzioni». La questione dell’inaccessibilità economica per alcune donne può diventare un fattore di pericolo.

Il medico Manzaroli, ex direttore sanitario dell’ISS (Istituto per la Sicurezza Sociale) insiste su questo punto: «Chi si definisce ‘pro-vita’ in realtà difende l’aborto clandestino, che ha conseguenze fisiche e psicologiche». Una minorenne senza disponibilità economica potrebbe affidarsi a persone inadatte a effettuare una ivg «rischiando gravi infezioni ed emorragie». Non ci sono dati sui numeri delle donne che annualmente da San Marino vanno ad abortire all’estero, conferma il medico: «Sfuggono a una valutazione professionale, tecnica e soprattutto politica». Nella sua carriera da medico, dice Manzaroli, «ho ricevuto molte richieste d’aiuto. L’unica cosa che ho potuto fare è stata indirizzarle verso alcune cliniche. Nient’altro».

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