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Fuel Panic e Brexit: perché la Gran Bretagna è a corto di benzina

Nel Regno Unito mancano i camionisti (stranieri) per portare la benzina alle pompe. L’annuncio della chiusura di alcuni distributori ha scatenato il panico

La parola chiave è Fuel Panic: è questo l’hashtag che spopola in questi giorni su Twitter mentre la Gran Bretagna si scopre improvvisamente a corto di benzina e code di chilometri si formano ai distributori. La penuria, spiega la Bbc, è un effetto del combinato disposto di fattori. Il primo è la carenza di camionisti. Il secondo è il panico da Brexit. Tutto è cominciato la settimana scorsa, quando la British Petroleum ha fatto sapere che avrebbe chiuso temporaneamente alcune stazioni di servizio per la mancanza di personale addetto alla distribuzione. Un annuncio strettamente collegato alla Brexit, visto che dopo la chiusura delle frontiere molti conducenti europei hanno deciso di tornare nei loro paesi d’origine a causa dell’impatto sul loro reddito dell’aumento dei controlli e della burocrazia.


L’aumento dei costi

Si stima che il numero totale di addetti mancanti nel settore sia di 100 mila unità, mentre la carenza di personale ha cominciato a creare problemi anche in altri settori, come i supermercati e le catene di fast food. Ma soprattutto, il battito d’ali dell’annuncio di Bp ha provocato l’uragano nei distributori, dove i consumatori si sono precipitati per la paura di rimanere a secco. L’impennata della domanda di carburante ha portato l’associazione dei benzinai ad avvertire che fino a due terzi dei suoi membri, pari a 5.500 stazioni di servizio indipendenti su un totale di 8.000 stazioni di rifornimento a livello nazionale l’altro ieri erano senza carburante, mentre gli altri erano quasi a secco. Naturalmente tutto ciò ha provocato l’aumento dei costi: il prezzo medio di un litro di benzina è aumentato da 135,87 pence di venerdì a 136,59 pence di domenica, salendo così ai massimi da otto anni. E ha anche fomentato la speculazione, visto che la Rac, la società di servizi per automobilisti del Regno Unito, ha denunciato che un piccolo numero di gestori ha incrementato i prezzi fino a 198 pence al litro.


In tutto ciò, il governo di Boris Johnson ha smentito di voler utilizzare l’esercito per rifornire le pompe rimaste a secco. Ma ha comunque ordinato ad alcuni effettivi di rimanere in stand by per essere pronti a intervenire in caso di necessità. E intanto BoJo pensa di riservare l’accesso prioritario ed esclusivo ad alcune categorie (come i medici) e ha cominciato a lavorare a un piano di emergenza nazionale e ha ordinato che vengano addestrati 150 autisti di navi cisterna militari affinché imparino come rifornire benzina alle pompe. Probabilmente saranno un’ottantina quelli che, nei prossimi giorni, scenderanno in campo per affrontare la crisi. Sarà inoltre temporaneamente sospeso l’obbligo per i conducenti di autocarri di completare una serie di corsi di aggiornamento per mantenere la patente. E offrirà visti temporanei a 5.000 camionisti stranieri di autocisterne e camion alimentari e a 5.500 lavoratori del pollame nel periodo precedente il Natale.

Brexit means Brexit

Basteranno? Intanto la decisione del governo mette a nudo tutti i problemi che, secondo le previsioni, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea avrebbe provocato. E l’ironia della sorte in questo caso è che i depositi e le raffinerie britanniche sono in effetti tuttora piene. Mentre gli intoppi sulla distribuzione, in via di soluzione secondo il ministro dell’Agricoltura George Eustice, sarebbero stati interamente controllabili fin dall’inizio se le organizzazioni di categoria (alla ricerca d’aiuti governativi) e i media non avessero alimentato l’allarme inducendo i consumatori più ansiosi a un accaparramento fuori dall’ordinario dei rifornimenti. Nel frattempo però c’è chi punta il dito proprio contro il governo.

La presidente delle Camere di Commercio britanniche Ruby McGregor-Smith ha pubblicato uno statement che sembra un atto d’accusa proprio nei confronti dell’esecutivo e della sua gestione politica della Brexit: «La fornitura di manodopera UE è stata fermata senza una chiara tabella di marcia su come questa transizione sarebbe stata gestita senza perturbare i servizi e le catene di approvvigionamento… Il basso numero di visti offerti è insufficiente. Anche se queste opportunità a breve termine attraggono la quantità massima di persone consentita dall’accordo, non sarà sufficiente per affrontare la portata del problema che si è ora sviluppato nelle nostre catene di approvvigionamento. Questo annuncio è l’equivalente di gettare un bicchiere d’acqua su un incendio. Il governo dovrebbe essere pronto ad espandere significativamente il numero di visti rilasciati e convocare un summit che riunisca le imprese e il governo per trovare soluzioni sia immediate che a lungo termine per le molte sfide che le imprese di tutto il Regno Unito devono affrontare». Brexit means Brexit, diceva all’epoca Theresa May. E questo è soltanto l’inizio.

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