Boris Johnson

Boris Johnson
Alexander Boris de Pfeffel Johnson è il primo ministro del Regno Unito dal 24 luglio 2019 e leader del Partito Conservatore.

Chi è Boris Johnson?

Alexander Boris de Pfeffel Johnson nasce a New York, negli Usa, nel 1964 e viene formato nell’istituto elitario di Eton, nel Regno Unito, per poi frequentare l’università di Oxford. Johnson inizia la sua carriera come giornalista, lavorando al Times di Londra fino a quando non viene licenziato nel 1988 per essersi inventato una citazione. Tra il 1989 e il 1994 è anche corrispondente per il Telegraph a Bruxelles, dove si occupa di Unione Europea. I suoi articoli contribuiscono in modo significativo a coltivare quel sentimento euroscettico che si rivelerà poi decisivo durante il referendum per la Brexit del 2016.

Oltre ai molti articoli di giornale, negli anni Johnson scrive vari libri, tra cui una biografia di Winston Churchill. La sua carriera politica all’interno del Partito conservatore comincia nel 2001. Nel 2008 partecipa alle elezioni municipali di Londra, candidandosi come sindaco. Battendo Ken Livingstone, Johnson conquista la poltrona di primo cittadino, solitamente occupata a Londra da politici laburisti, una carica che manterrà per due mandati, prima di entrare a Westminster come rappresentante di Uxbridge and South Ruislip a Londra.


«Franco» o «opportunista»?

Boris Johnson appena aletto sindaco di Londra, 2 maggio 2008
Epa | Boris Johnson appena aletto sindaco di Londra, 2 maggio 2008

The Guardian scrive che, durante il suo mandato come primo cittadino di Londra, Johnson mette in mostra «l’abilità di generare risate e un clima di bonarietà ottimistica». In realtà, il candidato Tory diviene noto per la sua capacità di capire da che parte tira il vento del consenso. Come affermato da un membro del Partito conservatore, Johnson «aspetta di vedere da che parte corre la folla e poi si precipita in prima fila».

Prima di diventare premier, Johnson balza alle cronache anche per commenti definiti razzisti, sessisti o islamofobi. Nel 2007, definisce Hillary Clinton un’«infermiera sadica di un ospedale psichiatrico». Nel 2016, suggerisce che Barack Obama si oppone alla Brexit a causa del suo «disprezzo ancestrale» per il Regno Unito, dovuto alle sue origini kenyote. Nel 2018, definisce le donne che portano il burqa «cassette della posta» o «rapinatrici di banche». Ma se le sue gaffe sono viste come profondamente offensive dai suoi oppositori, chi lo sostiene le interpreta come lo specchio delle sua franchezza. Atteggiamento binario che ricorda l’attitudine degli americani nei confronti di Donald Trump.

Johnson e la Brexit

Boris Johnson durante la campagna per la leadership del partito conservatore
Epa | Boris Johnson durante la campagna per la leadership del partito conservatore, l’11 luglio 2019

Durante la campagna elettorale del 2016, Johnson si schiera a favore della Brexit, contribuendo, grazie alla sua popolarità, alla scelta di lasciare l’Unione Europea. Rompendo pubblicamente con l’allora premier, nonché suo amico d’adolescenza David Cameron, che promuove il Remain, Johnson si propone come il futuro leader conservatore nel caso gli inglesi votassero l’uscita dall’Unione Europea. Alla testa della campagna Vote Leave, l’unico altro leader capace di contendergli il ruolo di «volto di Brexit» è Nigel Farage, che conduce la campagna parallela non ufficiale Leave.eu.

Durante la campagna referendaria Johnson compie un viaggio in giro per il Paese a bordo di un autobus che riporta sulla fiancata scritte anti-Ue. Le sue rivendicazioni anti-europee si basavano principalmente su denunce, dalla dubbia oggettività, sui costi dell’Unione e sulle minacce alla sicurezza rappresentate dall’immigrazione. Dopo che i britannici scelgono l’uscita dall’Ue, Johnson viene percepito come l’ovvio successore di Cameron. Ma il tradimento di Michael Gove, conservatore e fervente sostenitore della Brexit, gli impedisce di accedere alla leadership Tory. Johnson quindi finisce per occupare il ruolo di ministro degli Esteri nell’esecutivo guidato da Theresa May, subentrata a Cameron, a cui viene affidato il compito di negoziare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Uscita che si concretizzerà il 31 gennaio 2020, quando a Downing Street non ci sarà più May, ma Johnson.

Johnson a Downing Street

Già nel 2018 Johnson si era dimesso dalla posizione di ministro in contrasto rispetto a May, giudicata troppo accomodante con Bruxelles, una mossa che gli permette di affermarsi come il candidato di punta per la sua successione e per una «Brexit dura», come richiesto da una parte del Partito conservatore. Subentrato a May a luglio 2019, Johnson riesce a consolidare la sua posizione – e quella del Partito conservatore – nelle elezioni che si tengono a dicembre 2019. Un risultato importante anche per quanto riguarda la Brexit che permette al suo governo di riuscire laddove May aveva fallito, ottenendo l’approvazione del parlamento inglese per l’accordo negoziato con l’Unione europea.

Ma gli anni passati a Downing Street sono segnati anche da un’altra crisi, nata con l’epidemia di Coronavirus. Durante i primi mesi della pandemia il governo britannico cerca di minimizzare i rischi associati al virus e Johnson insiste sull’immunità di gregge “naturale” – ovvero non raggiunta grazie alla campagna vaccinale – un’ipotesi che si rivela essere non soltanto indigeribile per l’opinione pubblica, ma anche letale. Durante la prima ondata infatti il Regno Unito registra uno dei tassi di contagio e di morte per Covid più alti in Europa e anche Johnson viene contagiato. Nell’ultima fase, il suo governo si distingue in positivo per la campagna vaccinale efficiente dovuta in parte anche ai vaccini esportati nel Regno Unito dall’Unione europea.

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