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Blangiardo (Istat): «Il Coronavirus come la terza guerra mondiale, più morti e meno figli»

Il presidente dell’istituto di statistica: chiuderemo il 2021 per la prima volta sotto 400mila nuovi nati. Le donne e i giovani hanno sofferto di più gli effetti della pandemia

L’epidemia di Coronavirus ha lasciato danni pari a quelli di una guerra mondiale. Parola di Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, in un’intervista a Repubblica. Per lui l’Italia è «un Paese segnato da un’esperienza drammatica che ha avuto lo stesso impatto, in termini di perdita di vite umane, di una terza guerra mondiale. Più di 130.000 vittime, certamente per la maggior parte nella popolazione più anziana, e che però non hanno rallentato l’inesorabile processo di invecchiamento». Anche perché durante la pandemia di bambini ne sono nati ancora meno: «Se le previsioni saranno confermate chiuderemo il 2021 per la prima volta sotto quota 400 mila nuovi nati, probabilmente intorno a 390 mila. Per dare un elemento di confronto, nel 1964 avevamo oltre un milione di nascite. Un calo continuo e accentuato dal 2008, poi c’è stata la bufera Covid-19, un colpo demografico in una situazione già fragile che, nel lungo periodo e se la tendenza rimanesse invariata, porterà la popolazione italiana a 30 milioni, la metà di oggi».


Anche l’età media in cui le donne decidono di fare figli è aumentata: «Sì, siamo ben oltre i 30 anni, in una fascia che oscilla tra i 32 e i 35 anni. E questo significa che la popolazione femminile in età feconda è meno numerosa e più matura. Dunque c’è una carenza potenziale di mamme. Anche i matrimoni si sono dimezzati. Troppa incertezza sul futuro. Un figlio costa ma non è solo una questione di soldi». E questo perché «le donne, insieme ai giovani, sono quelle che più hanno sofferto. C’è una enorme difficoltà a gestire la famiglia, a conciliare i tempi del lavoro con la crescita di un figlio. Se un asilo mi costa 500 euro al mese e io ne guadagno 800 rinuncio al lavoro e resto a casa. Ad agosto su 80.000 posti di lavoro persi, 68.000 sono donne. E a rischio c’è anche la valorizzazione della cultura, della formazione, della preparazione professionale delle donne. Per questo la strada giusta è quella dell’assegno unico universale, allargato proprio a tutti». Ora però «c’è una grande spinta a ricostruire un Paese migliore sulle macerie del Covid. Se ci muoviamo per gestire il cambiamento, la ripresa potrebbe essere a portata di mano. Occorre dare segnali positivi, far girare informazioni corrette. Consapevolezza, speranza e disponibilità sono le tre chiavi per la ripartenza».


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