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Quanto dura l’efficacia dei vaccini contro le varianti Covid?

Da una serie di studi arrivano nuove conferme sulla durata della protezione anche contro le varianti di maggiore preoccupazione

Uno degli aspetti più dibattuti in questo periodo è la tenuta dei vaccini contro il nuovo Coronavirus nel lungo periodo, contro tutte le varianti Covid di maggiore preoccupazione. Avevamo già visto che a sei mesi di distanza cala la protezione contro le forme lievi, mentre resta alta per quelle gravi. Si è pensato intanto a una terza dose per i soggetti più fragili (anziani e immunocompromessi), mentre in Italia si discute sulla data di scadenza del Green pass.  È ragionevole pensare che l’immunità contro le ospedalizzazioni duri almeno un anno? Due studi preprint (in fase di revisione) mostrano risultati attesi quanto incoraggianti. I vaccini continuano a svolgere una funzione protettiva, anche a un anno dall’assunzione della seconda dose.


L’esperimento sui macachi

Il primo studio è stato condotto per conto del NIAID (National Institute of Allergy and Infectious Diseases), su dei macachi vaccinati con due dosi del mRNA-1273 di Moderna e sottoposti alla variante Delta a un anno di distanza. Gli studi sui primati non umani sono importanti anche perché è possibile esporre un gruppo di controllo non vaccinato al virus, portando a risultati affidabili mediante pochi esemplari, cosa che con degli esseri umani non sarebbe permesso, ragione per cui gli studi clinici di terza fase che hanno portato all’approvazione dei vaccini, hanno richiesto decine di migliaia di volontari.


Un gruppo di otto macachi ha ricevuto le due dosi del vaccino a mRNA, ad altri otto è stato inoculato un farmaco differente. Dopo un anno gli esemplari vaccinati non presentavano tracce del virus nei polmoni e poche quantità nel naso, con bassa infiammazione. I macachi del gruppo di controllo presentavano il virus sia nei polmoni che nel naso ad alti livelli.

La protezione contro le forme gravi di Covid sembra quindi generalmente confermata, senza bisogno di richiami. È vero che nel tempo calano gli anticorpi – l’Organismo necessità un po’ di tempo per produrne nuovi – questa fase nei soggetti più fragili (anziani e immunocompromessi) è critica, giustificando una terza dose; mentre generalmente nei soggetti giovani e adulti la rigenerazione degli anticorpi è più veloce, dando luogo al massimo a forme lievi.

L’incidenza delle varianti nello stato di Washington

Dunque i vaccinati appaiono protetti anche contro le varianti. Ma se agli estimatori della ivermectina dicevamo che non siamo dei cavalli (o dei criceti); allora si potrebbe obiettare ugualmente che non siamo nemmeno dei macachi? Non ci soffermeremo a spiegare perché tali critiche non avrebbero molto senso. Passiamo piuttosto ad analizzare il secondo studio, che contempla i cittadini dello stato di Washington risultati positivi al SARS-CoV-2 tra dicembre 2020 e luglio 2021. Per quanto in fase di revisione, la ricerca è stata già giudicata positivamente da diversi esperti, compreso il professor Enrico Bucci che ne ha scritto una recente analisi su Il Foglio.

Parliamo di oltre 27mila casi e 726 ospedalizzati. Il rischio di finire in terapia intensiva risulta più elevato con le varianti Gamma, Beta, Delta e Alfa, rispetto a quanto ci risultava dal ceppo originario. Ma non è un problema per i cittadini dello Stato americano che sono stati completamente vaccinati. I non vaccinati piuttosto «mostrano un rischio di ospedalizzazione simile più elevato», spiegano i ricercatori.

«Per i vaccinati, contrariamente ai non vaccinati, non si osserva nessuna differenza di rischio fra tutte le varianti considerate – continua Bucci nella sua analisi – al netto di ulteriori conferme dei dati discussi, non solo possiamo dire che, almeno fino adesso, i soggetti vaccinati sono stati meno proni a infettarsi e a trasmettere il virus; non solo sappiamo che essi finiscono in ospedale o peggio molto, molto di meno rispetto ai soggetti non vaccinati; ma sappiamo anche che essi resistono allo stesso modo a tutte le varianti fin qui emerse, mentre invece per i non vaccinati la situazione dal punto di vista del rischio clinico, almeno in termini di ospedalizzazione, è decisamente peggiorata rispetto all’inizio della pandemia».

Foto di copertina: torstensimon | Immagine di repertorio.

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