Il Ddl Zan affossato dal voto segreto agita il centrosinistra. «Non sapremo mai chi ha tradito» – Le interviste

Eugenio Comincini (Pd), Laura Garavini (Italia Viva) e Alessandra Maiorino (M5s) commentano la fine della legge contro l’odio omolesbobitransfobico

Il ddl che porta il nome di Alessandro Zan non riuscirà a vedere la luce in questa legislatura. Il 27 ottobre, il Senato ha approvato la cosiddetta «tagliola» che blocca la calendarizzazione del disegno di legge per i prossimi sei mesi. Con l’insorgere di altre urgenze politiche e l’avvicinarsi della campagna elettorale per le legislative del 2023, poi, si spengono le speranze che in Italia venga approvata la prima legge contro l’odio omolesbobitransfobico. I numeri, sulla carta, ci sarebbero dovuti essere: i senatori di Pd, M5s, Iv e Misto di area centrosinistra sarebbero dovuti essere 146. La maggioranza, considerati i 288 presenti in Senato. Invece, solo in 131 hanno votato contro la «tagliola» di Fratelli d’Italia e Lega. Mentre parte la caccia ai franchi tiratori che hanno affossato il disegno di legge, i rapporti tra le forze appaiono sempre più compromessi. Di questo e del futuro di un provvedimento a tutela della comunità Lgbtq+ abbiamo parlato con Eugenio Comincini (Pd), Laura Garavini (Iv) e Alessandra Maiorino (M5s).


Comincini (Pd): «Fa schifo pensare che per un gioco politico i cittadini non avranno una legge contro i crimini di odio»

«Parlando con alcuni colleghi di Italia viva, nei giorni scorsi, l’orientamento di voto mi sembrava chiaro. Al di là dei dissapori, delle dichiarazioni di Faraone – capogruppo dei renziani al Senato -, non penso che sia da attribuire a loro la responsabilità dello stop al ddl Zan». Eugenio Comincini, senatore del Partito democratico, non usa eufemismi per descrivere quanto successo oggi – 27 ottobre – a Palazzo Madama. «Fa un po’ schifo pensare che per un mero gioco politico i cittadini non avranno una legge contro i crimini di odio». A differenza di quanto trapela dal Nazareno, ovvero che «gli “infedeli” vanno cercati tra i gruppi di Italia viva, dei 5 Stelle e del Misto, che grazie al voto segreto hanno fatto il contrario di quanto affermato in pubblico», Comincini non dubita dei suoi ex compagni di partito: il 18 settembre 2019 aderì subito al progetto di Italia viva, salvo poi lasciare il gruppo dei renziani durante il passaggio dal governo Conte II all’esecutivo Draghi. «Sono certo che la compattezza del gruppo Pd c’è stata, ma ho anche l’impressione che i colleghi di Italia viva abbiano rigettato la “tagliola”. Detto ciò, nessuno ha la sfera di cristallo e non conosceremo mai i nomi», dice a Open.


Comincini respinge, tuttavia, le accuse che i senatori del gruppo di Matteo Renzi stanno rivolgendo ai Dem: a loro dire, il ddl Zan non è passato per colpa dell’«arroganza di Enrico Letta» e del «dilettantismo politico» del Pd. «Non condivido questi attacchi su una mancata capacità di mediazione perché il testo arrivato al Senato è già frutto delle mediazioni alle quali hanno partecipato attivamente rappresentanti di Italia viva come Elena Bonetti e Lisa Noja, che stimo molto, alla Camera. Piuttosto – aggiunge Cominicini -, fa ribrezzo che alcune persone in Parlamento abbiano preferito rispondere a logiche di diatriba politica piuttosto che badare all’interesse del Paese». Mentre Renzi schernisce Pd e M5s sulla responsabilità dell’affossamento del ddl Zan, «bastava conoscere l’aritmetica», il senatore del Pd è consapevole che la collaborazione tra alcune forze di maggioranza, dopo il voto della «tagliola», è compromessa. Ma «non è in discussione la tenuta dell’esecutivo, soprattutto nella fase in cui ci accingiamo ad approvare la legge di Bilancio 2022». Se non finisce l’esperienza di governo, finisce la discussione di una legge contro l’omolesbobitransfobia in questa legislatura: «Se ripenso all’esultanza da stadio sbracata dopo la lettura del voto sulla “tagliola”, è lampante la mancanza di volontà del centrodestra di cambiare l’ordinamento in tema di diritti. Però – conclude -, ho imparato che in politica non bisogna mai dire “mai”».

Garavini (Iv): «Lega e FI fanno parte della maggioranza, bisognava cercare un compromesso»

Un «mai», invece, l’ha posto Francesco Boccia. Il membro della segreteria nazionale del Pd, ha detto: «Iv, con questa ennesima spregiudicatezza sui valori, conferma che è diventata come la Lega. Inutile aggiungere altro, non abbiamo più nulla da dirci». Dichiarazione alla quale la senatrice renziana, Laura Garavini, replica attraverso Open: «Sono solita lasciare scivolare via le affermazioni che mirano soltanto a ferire e a non risolvere le questioni. Questa è una dichiarazione finalizzata a recidere contatti, a fare del male. Non contribuisce per niente a risolvere i problemi della comunità Lgbtq+». Per la senatrice di Iv, «l’approccio di Bocca è finalizzato a creare un muro tra i gruppi. Noi – dice -, continuiamo a confrontarci con tutti, non a ferire i rapporti tra i diversi partiti. È un obbligo della politica il confronto, il dialogo anche con l’opposizione. Ma oggi, forse questo il Pd lo dimentica, Lega e Forza Italia non sono opposizione, ma parte della maggioranza. Figuriamoci se non dobbiamo confrontarci con loro per risolvere i problemi delle persone. Il Pd in questa faccenda ha avuto un atteggiamento ideologico a priori, mentre noi cercavamo, con pragmatismo, il dialogo». Non ha riserve Garavini nel definire «compatto e trasparente» il gruppo di Iv nel votare contro la «tagliola» proposta da Lega e Fratelli d’Italia. «Non abbiamo mai nascosto le nostre intenzioni, anche quando la scorsa estate proponevamo, senza remore, la ricerca di un compromesso con il centrodestra sul ddl Zan».

Ricorda: «Ci è stato sputato addosso di tutto. Nonostante ciò, provavamo a far capire al Pd che i numeri non ci sarebbero stati». Quando c’è stato il voto palese sul disegno di legge, solo un voto di scarto ha impedito che il testo di Zan venisse affossato già in estate. «Era ovvio da allora che, con il voto segreto, Palazzo Madama avrebbe respinto il ddl. Eppure il nostro intento, oggi come nei mesi addietro, non era quello di generare polemiche – sottolinea -. Tutta Italia viva approverebbe domani il testo di Zan così com’è. Ma abbiamo avuto quella lungimiranza di capire che su alcuni punti – come quello relativo all’identità di genere – c’erano delle contrapposizioni troppo forti. Invece, il Pd, salvo l’ultima settimana, ha posto veti formali, rinunciando al confronto sui contenuti». Lo scorso luglio, il segretario del Pd aveva lanciato l’hashtag #ivoticisono, mostrando una certa sicurezza nell’andare avanti con il ddl senza compromessi. Invece, il Senato – con 154 voti a favore, 131 contrari, 2 astenuti, 1 non partecipante al voto e 32 assenti – ha estinto le possibilità che la prima legge contro l’omolesbobitransobia in Italia venga approvata in questa legislatura. «Oggi – conclude Garavini -, abbiamo perso tutti, è una pagina davvero triste per la politica. Si potevano creare le condizioni per approvare il provvedimento già prima dell’estate, ma l’apertura del Pd è arrivata troppo tardi. Dispiace veramente perché noi di Italia viva insistevamo da tempo sul confronto con il centrodestra».

Maiorino (M5s): «Il Paese era pronto per il ddl Zan. La politica, invece, no»

In Aula, oggi, erano presenti 288 senatori. Sommando i componenti dei singoli gruppi parlamentari nell’alveo del centrosinistra – Pd, M5s, Iv e altri senatori di area che si trovano nel Misto -, i voti contrari alla «tagliola» sarebbero dovuti essere 146. La maggioranza. Adesso, si cerca di individuare i cosiddetti franchi tiratori sfuggiti dalle maglie dei partiti e che hanno permesso alla «tagliola» di essere approvata. È partita una delirante attribuzione di responsabilità tra i gruppi alleati un attimo prima e nemici nella segretezza del voto. Sembrerebbe esserci stata una defezione, ad esempio, nel M5s: una senatrice della commissione Giustizia avrebbe votato in dissenso dal gruppo. Alessandra Maiorino, raggiunta da Open alla chiusura di Palazzo Madama, smentisce ogni tradimento tra i suoi colleghi: «Assolutamente: il Movimento è stato compatto in modo autentico. Nessuno tra noi ha mai manifestato disagio rispetto a questa legge. Mai. Anzi, devo dire che ho trovato toccante l’entusiasmo umano prima che politico che i miei colleghi di partito hanno avuto per il ddl Zan». Subito dopo la lettura del voto sulla «tagliola» racconta di essere rimasta spiazzata, «interdetta». A mente più fredda, la senatrice dei 5 stelle analizza cosa sarebbe potuta diventare la legge contro l’omolesbobitransfobia: «È una legge che ho sempre sostenuto e nella quale credo come cittadina italiana, non come partigiana di una corrente di pensiero».

«Ciò premesso – aggiunge -, ritengo che questo Paese e la comunità Lgbtq+ si meritino una buona legge. Quello che mi angosciava di più dell’iter era il dopo “tagliola“. Io credevo che il ddl Zan l’avrebbe superata, mi aspettavo che i conti fossero stati fatti bene. Ma era il passaggio successivo che mi spaventava: cosa sarebbe successo con gli emendamenti a voto segreto? Si rischiava di produrre un mostro – ammette con amarezza -. Lo dico non senza dolore. Forse è meglio che sia morto così il ddl Zan. Il Paese era pronto a recepirlo, la politica, invece no». E sulle critiche che Italia viva ha mosso a Pd e M5s, responsabili di non aver fatto i conti con i «40 franchi tiratori», come ha detto Renzi? «Mi sorprendo che dall’Arabia Saudita abbia ancora il fegato per lanciare accuse a noi mentre parla con Bin Salman, implicato nell’omicidio di un giornalista. Come fa Renzi ad avere il coraggio di attribuire ad altri le responsabilità del fallimento sul ddl Zan – continua -. Mi auguro che si apra una riflessione all’interno del Pd: occorre domandarsi se Italia viva possa essere ancora annoverata tra le forze del campo progressista. Se c’è una cosa che tiene insieme i progressisti è la lotta per i diritti civili. Sui diritti civili non ci possono essere sfumature, non si possono strizzare gli occhi alle destre. Italia viva ha dimostrato che le mancano le basi per essere considerata progressista».

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