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Quali sono le regioni a rischio zona gialla dal 22 novembre a Natale

Il monitoraggio dell’Iss potrebbe portare già dalla prossima settimana in zona gialla alcune regioni. Ma a dicembre, con la crescita dei contagi, potrebbero arrivarne altre

La prima data da segnare sul calendario è quella di lunedì 22 novembre. Dopo il monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità e del ministero della Salute, atteso per il venerdì precedente, quello potrebbe essere il giorno del ritorno alla zona gialla in Italia. Le candidate ad approdare nell’area a maggiori restrizioni sono il Friuli-Venezia Giulia e l’Alto Adige o provincia autonoma di Bolzano. Mentre il Veneto potrebbe finirci nella settimana successiva. Così come Liguria e Valle d’Aosta. E non finisce qui. Perché mentre arriva la prima stretta anti-contagi con le regole sui trasporti e il governo pensa al Green pass differenziato vietando a chi non vuole vaccinarsi bar, ristoranti, cinema, stadi e teatri, i governatori parlano anche di possibile zona arancione o rossa. Che potrebbe arrivare a dicembre o sotto Natale.


La crescita dei contagi nelle regioni

Attualmente chi rischia di più in base alla crescita dei contagi è il Friuli, che ha un’incidenza settimanale dei casi ogni centomila abitanti a quota 233, mentre secondo i dati Agenas l’occupazione delle terapie intensive è oltre la soglia di allarme (12%) e quella dei reparti ordinari al 13%. Bolzano ha un’incidenza ancora più alta (sopra quota 300) mentre le rianimazioni sono occupate al 9% e l’area medica è al 15%. Il Veneto ha un’incidenza a quota 115 ma percentuali ancora non preoccupanti per l’occupazione degli ospedali: 6% le intensive, 5% l’area medica. Poi ci sono la Liguria e la Valle d’Aosta, che per ora non ha nessun paziente ricoverato in terapia intensiva. Quindi ha ancora tempo per invertire il trend.


Altre regioni sono a rischio. Il Corriere della Sera scrive che nelle Marche l’incidenza è arrivata a 99 positivi su centomila abitanti, ma soprattutto preoccupa la crescita dei ricoveri. I dati Agenas dicono che la regione è sulla soglia del 10% per le rianimazioni, mentre l’area non critica è al 7%. Poi c’è il Lazio, che ha già riempito l’8% dei letti in rianimazione e il 7% in area medica, ma ha un maggior numero di posti a disposizione. Filippo Saltamartini, assessore alla Sanità delle Marche, dice al quotidiano che la regione potrebbe attrezzarsi a breve: «Abbiamo una riserva di altri 25 posti in terapia intensiva che possiamo attivare, nel caso i ricoveri aumentassero, e siamo pronti anche con gli anticorpi monoclonali per evitare le ospedalizzazioni».

Zona arancione e rossa

I governatori sembrano rassegnati. Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, ha detto che teme il passaggio in zona arancione o rossa se l’epidemia non si fermerà: «Davanti a mille contagiati – ha spiegato Zaia – non abbiamo ospedali pieni proprio perché abbiamo il vaccino. È stata fatta una proiezione: in una situazione come questa, senza vaccini, ci sarebbero 1.600 persone ricoverate. L’occupazione ospedaliera invece è ancora gestibile con 381 ricoverati ma comincia a farsi sentire con oltre 400 persone in terapia intensiva tra pazienti Covid e non Covid», ha concluso. Il governatore del Friuli e presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga è stato ancora più tranchant: «Nel caso dovessimo andare dalla zona arancione in su, penso che il prezzo delle chiusure non le possano pagare i vaccinati», ha sostenuto.

«Con il 10% delle terapie intensive superato, penso che in zona gialla come regione ci andremo È un’area che non mi preoccupa per le misure in sé, perché vuol dire mascherine all’aperto, quattro al tavolo in ristorante, non sono danni economici. Mi preoccupo per l’aumento dei contagi e delle ospedalizzazioni, ma soprattutto per la tappa successiva, la zona arancione. In quel caso sarebbero danni enormi all’economia, a dei settori imprenditoriali che hanno battuto e combattuto la crisi dovuta alla pandemia stessa, e non possiamo permettercelo». Anche il presidente della Liguria Giovanni Toti si è detto pronto alla zona gialla, ma ha anche proposto il lockdown per i non vaccinati.

Gli altri territori in bilico

Ieri, 15 novembre, il maggior numero di nuovi casi in un giorno è stato il Veneto, con 712, seguito da Emilia Romagna (651), Lazio (595), Campania (525), Lombardia (506), Sicilia (442). Ma se l’Associazione Italiana di Epidemiologia ha previsto che entro fine novembre il tasso di incidenza arriverà oltre 250 casi per centomila abitanti in cinque regioni: Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Valle d’Aosta, Liguria e la provincia autonoma di Bolzano. Ma c’è di più: l’indice di replicazione diagnostica – l’RDt – «è pari a 1,42 e superiore all’uno in tutte le regioni». E questo significa che è in atto «una significativa accelerazione nella diffusione dei contagi». E altre otto avranno presto un’incidenza pari a 150 casi per centomila abitanti. Lo spazio temporale va da metà novembre alla fine di dicembre. E quindi c’è dentro anche il Natale.

Le regole della zona gialla

Ma quali sono le regole della zona gialla? Posto che il coprifuoco è una misura a livello nazionale, le differenze tra il giallo e il bianco non sono poi così enormi. Con la zona gialla:

  • gli spostamenti tra regioni sono permessi, così come è possibile raggiungere le seconde case al di fuori del territorio di provenienza;
  • le mascherine sono obbligatorie sia all’aperto che al chiuso;
  • il coprifuoco è stato eliminato il 21 giugno e quindi non ci sono limiti orari alla circolazione delle persone, né è necessaria l’Autocertificazione;
  • al ristorante c’è il limite di quattro al tavolo, con una deroga per i conviventi;
  • la scuola è in presenza.

Infine, in zona gialla rimangono accessibili teatri, cinema, musei e stadi. Ma si entra soltanto con il Green pass.

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