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I ricercatori precari hanno cominciato un presidio davanti al Cnr: «Siamo in 400 a rischiare il posto di lavoro»

Centinaia di precari aspettano da anni di essere stabilizzati dal più grande ente pubblico italiano per la ricerca. Con i fondi del Decreto rilancio sembrava fosse arrivato il momento giusto, non è stato così

Francesca Gorini ha 45 anni. È una biologa, lavora al Cnr nell’area di ricerca di Pisa. È precaria da 12 anni e quest’anno si aspettava che tutti i suoi contratti a progetto o a tempo determinato si trasformassero in un’assunzione. Invece in questi giorni è arrivata la notizia: dei 400 ricercatori precari che lavorano nel più grande ente pubblico di ricerca in Italia solo 51 verranno assunti. Niente da fare per gli altri: «Oggi – dice Francesca – abbiamo cominciato un presidio permanente davanti alla sede del Cnr di Roma. Il 22 settembre ci avevano detto che avrebbero trovato il modo di assumere tutti i precari. Ora abbiamo capito che non sarà così».


La protesta è stata organizzata da Cgil, Csil, Uil e dal movimento Precari Uniti Cnr. L’accusa riguarda soprattutto i fondi a disposizione dell’ente. Secondo la lettera che ha annunciato il presidio, il Cnr avrebbe a disposizione 33 milioni di euro per stabilizzare i lavoratori precari, la maggior parte dei quali arriverebbero dal Decreto Rilancio firmato dal Governo Conte Bis nell’agosto del 2020. Di questi fondi, scrivono i manifestanti, verranno utilizzati solo pochi milioni di euro: «L’Ente utilizzerà poco più di 3 milioni di euro a fronte di una disponibilità di circa 33 milioni per il processo di stabilizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori precari che attendono ormai da anni e che hanno superato almeno due procedure concorsuali».


«In questo momento storico è una vergogna»

Francesca spiega che questa scelta non può essere accettata perché arriva in un momento storico in cui si è parlato molto del valore della ricerca: «Il personale che verrà lasciato a casa ha competenza pluriennale, si è formato nel Cnr e spesso ha utilizzato fondi esterni o bandi di ricerca per non gravare sulle casse dell’ente. Quello che sta succedendo è una vergogna in questo momento storico in cui abbiamo capito quanto sia importante il valore della ricerca. Qui parliamo di personale che è precario da anni, non da mesi».

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