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No! Non esiste uno studio giapponese sulla variante Delta «verso l’auto-estinzione»

Secondo alcuni giornali un documento dimostra la scomparsa della Variante Delta. Ma…

«Variante Delta “verso l’auto-estinzione”. Lo studio che ribalta il quadro: l’effetto delle mutazioni» titola un articolo pubblicato da Libero lo scorso 23 novembre, seguito da quello del blog di Gianluigi Paragone: Ecco perché la variante Delta sta già scomparendo. Lo studio rivoluzionario del Giappone. Un taglio molto simile per la stessa notizia la troviamo sul New York Post (da non confondere col New York Times): «Secondo gli scienziati giapponesi attualmente ci sono solo 140 casi al giorno nonostante la variante Delta sia comparsa ben tre mesi fa». Una buona notizia dunque, la variante dominante del nuovo Coronavirus starebbe finalmente sparendo, peccato che la fonte originale non sia uno studio peer-review, bensì una intervista per The Japan Times dove vengono riportate teorie senza fornire fonti dirette.

Per chi ha fretta:

  • Non c’è nessuno studio peer-review che dimostri una presunta mutazione auto-distruttiva della variante Delta.
  • La notizia deriva dall’intervista rilasciata dal professor Ituro Inoue sul quotidiano The Japan Times (dal titolo «Cosa c’è dietro la rapida scomparsa della variante delta in Giappone? Potrebbe essere l’autoestinzione»).
  • Quella di Ituro Inoue è solo una teoria, come evidenziato dallo stesso The Japan Times.
  • Delta in realtà in Giappone c’è ancora, é il numero di casi che é basso, anche perché hanno iniziato a vaccinare tre mesi dopo di noi.

Analisi

Ad annunciare la presunta «scoperta» è lo scienziato giapponese Ituro Inoue, professore al National Institute of Genetics assieme al Institute of Genetics, teorizzando una nuova mutazione della variante Delta che la porterebbe all’auto-distruzione. Il discorso di partenza non è campato per aria. Come in tutte le fake news e teorie di complotto, spesso si parte da premesse teoriche vere, le quali vengono poi generalizzate e portate a sostenere tesi totalmente scollegate dalla realtà, per quanto ammantate da una parvenza scientifica.

«Le mutazioni possono metterlo in grado di diffondersi – continua Libero -, eludere l’immunità o causare gravi malattie. Ma in alcune occasioni, secondo gli esperti, queste mutazioni arrivano a un “punto morto dell’evoluzione”». Questa è una buona semplificazione di come l’evoluzione può portare a delle mutazioni, anche nei virus. Per esempio, oggi di fatto non esistono più versioni del SARS-CoV-2 prive dalle mutazione D614G. Diverse nuove varianti Covid hanno avuto mutazioni in grado di dar loro una fitness evolutiva, tale da divenire preoccupanti (VOC), perché divenute capaci di eludere le difese immunitarie e/o essere più infettive.

La Delta – come ci spiegava in una precedente intervista il genetista Marco Gerdol -, «è diventata dominante in Sudafrica, come nel resto del mondo, raggiungendo praticamente il 100% della frequenza».

Non esiste alcuno studio peer review in merito

«Secondo gli scienziati giapponesi la variante Delta avrebbe accumulato un eccesso di mutazioni a carico di una proteina chiamata nsp14 – continua Libero -, responsabile della correzione degli errori di copiatura durante la replicazione virale. Ciò avrebbe portato la variante Delta all’autodistruzione. “Siamo rimasti letteralmente scioccati dai risultati. In Giappone la variante Delta era altamente trasmissibile e respingeva altre varianti […] Considerando che i casi non sono aumentati, riteniamo che durante le mutazioni ad un certo punto si sia diretto all’estinzione naturale”. spiega il professor Inoue».

Di quali «risultati» stiamo parlando? Tutto il discorso deriva dalle teorie di Inoue riprese dal quotidiano giapponese, ma in nessun caso viene citato uno studio o quantomeno una sua bozza. Lo stesso ricercatore, come spiegato dal The Japan Times, avrebbe affermato che l’Istituto nazionale di genetica e dell’Università di Niigata sarebbe intenzionato a svolgerne uno.

«Secondo i ricercatori giapponesi guidati da Ituro Inoue – dichiara il genetista Giuseppe Novelli in una intervista all’Ansa – il virus avrebbe accumulato troppe mutazioni nella proteina nsp14 per effetto dell’interazione con un enzima delle cellule umane, Apobec3A, che è molto attivo nella difesa contro i virus: l’ipotesi è che gli asiatici possano avere una forma di questo enzima che facilita l’accumulo di errori nell’Rna virale, ma è ancora tutto da dimostrare, dal momento che non è stato pubblicato nessuno studio in merito».

Le variabili giapponesi

Parliamo di un Paese con «circa il 77 per cento di completamente vaccinati sul totale della popolazione giapponese (inclusi quindi anche gli under-12 che al momento non sono vaccinabili, anche se il governo giapponese si sta preparando ad estendere la vaccinazione anche alla fascia 5-11 anni)», come spiegano i colleghi di Pagella Politica in risposta alle recenti affermazioni dell’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari. Insomma, il Giappone è uno dei Paesi dove si vaccina di più e meglio. Mentre è dove si fa il contrario che abbiamo il terreno fertile per nuove varianti più pericolose.

Nell’articolo del The Japan Times, inoltre, vengono citate ulteriori variabili che potrebbero spiegare la diminuzione dei casi: «Molti studiosi indicano diverse possibilità, che includono uno dei più alti tassi di vaccinazione tra i paesi avanzati con il 75,7% dei residenti completamente vaccinati a partire da mercoledì. Altri potenziali fattori sono le misure di distanziamento sociale e l’uso di mascherine che sono profondamente radicate nella società giapponese».

Condizioni supportate anche dal genetista dell’Università di Roma Tor Vergata Giuseppe Novelli, il quale ritiene che il calo di casi in Giappone possa essere semplicemente spiegato da «un mix di fattori che include anche l’uso delle mascherine e dei vaccini, cruciali per limitare la diffusione del virus».

L’unico studio riguardante la molecola «Apobec» – che trova tra i suoi firmatari Inoue – risale al gennaio 2021. Il focus è la patogenesi del cancro cervicale. Si fanno effettivamente collegamenti col SARS-CoV-2, ma niente che dimostri espressamente la narrazione della variante Delta qui trattata.

Conclusioni

Oggi con l’emergere nell’Africa meridionale della nuova variante Omicron si sta ponendo la questione di una potenziale maggiore competitività rispetto a Delta. Tutto questo, in ragione di dati riguardo a 32 mutazioni documentate – in database internazionali. Sono informazioni precise su cui l’OMS e le Agenzie sanitarie di tutto il Mondo dovranno misurarsi nei prossimi giorni. Riguardo alla presunta modalità di «auto-distruzione» in cui sarebbe entrata la variante Delta al momento abbiamo solo alle teorie, ancora da dimostrare, dello scienziato giapponese Ituro Inoue e riportate dal The Japan Times.

Altri siti che hanno titolato un presunto studio giapponese sono Centrometeoitaliano.it («Coronavirus, la variante Delta si sta estinguendo: ecco lo studio giapponese che lo dimostra») e Il Tempo («Covid, autoestinzione della Variante Delta. Lo studio in Giappone sul crollo dei casi: mutazioni letali»).

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