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Ucraina, inflazione, spread: perché i mercati votano Draghi (ma lo vogliono al governo)

Le borse e i quotidiani finanziari europei tifano per lui. Perché chi compra il debito pubblico italiano non si fida dei partiti. Ma la garanzia migliore sarebbe Palazzo Chigi e non in Quirinale

C’è la crisi tra Russia e Ucraina che porta la guerra alle porte dell’Europa. Ci sono il caro-energia e l’inflazione in crescita. C’è il differenziale tra i bund tedeschi e i btp italiani a quota 140, quantomeno da preservare. E ci sono infine le Borse che crollano ancora una volta. Insomma, ce n’è abbastanza per avere ancora tanta voglia di Mario Draghi e della sua autorevolezza per una guida sicura dell’Italia. C’è però un problema che rovina i piani di SuperMario. Perché è vero, i mercati votano Draghi. Ma vogliono che rimanga al governo e non che salga al Quirinale.


Il referendum dei mercati

Lo ha detto chiaro e tondo il Financial Times: senza di lui il governo rischia la paralisi. Anche se Bill Emmott a dicembre aveva scritto l’esatto contrario. Il problema è che nel frattempo, come racconta un retroscena de La Stampa, c’è un argomento che riunisce le opinioni dei mercati, tutte rigorosamente concesse sotto la garanzia dell’anonimato: chi compra il debito pubblico italiano non si fida dei partiti. Né delle loro scelte. Per questo vorrebbe che l’ex presidente della Banca Centrale Europea restasse il garante di questa fase. «Difficile», fanno sapere, anche se a memoria d’uomo non se ne ricorda una che sia stata definita facile. Lo spread, a dispetto di chi diceva che con lui a Palazzo Chigi non si sarebbe mosso, a gennaio 2022 è arrivato al punto più alto in dodici mesi.


Per questo è meglio che Draghi resti a Palazzo Chigi. La banca d’affari Morgan Stanley, aggiunge il quotidiano, la pensa così: «Il premier dovrebbe rimanere nel suo ruolo», in modo che «la crescita dell’Italia sostenuta dal Recovery Plan prosegua». Mentre se Draghi si dimettesse, aumenterebbe «il rischio di elezioni anticipate con obiettivi posticipati e il finanziamento europeo ritardato». Della stessa opinione anche Goldman Sachs, ma anche Barclays e l’Economist. Il numero uno di Mediobanca Alberto Nagel non è invece d’accordo: «La migliore garanzia che vengano realizzate le riforme strutturali di cui l’Italia necessita, è che Draghi mantenga per alcuni anni un ruolo istituzionale di primo piano». E l’unica garanzia di incarico che dura anni è la presidenza della Repubblica.

Le previsioni dei tempi

C’è anche chi fornisce una lettura diversa. Equita, investment bank specializzata in consulenza finanziaria, sostiene invece che la soluzione ideale per il Colle sarebbe un Mattarella bis. Ma quella di Draghi è la seconda scelta migliore. Poi c’è Algebris del finanziere e sostenitore di Renzi Davide Serra. Secondo la quale la scelta di Draghi al Quirinale «potrebbe generare una certa volatilità di breve termine dato che il posto di premier sarebbe vacante, aprendo la possibilità di elezioni anticipate». Mentre un altro nome «eviterebbe il rischio di breve termine, ma potrebbe generare incertezze nel lungo». E perché? «Perché le elezioni del 2023 potrebbero essere accoppiate alla stretta monetaria della Banca centrale europea». E allora lì sì che bisognerebbe cominciare a preoccuparsi dello spread.

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