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Dopo il Quirinale niente rimpasto nel governo, Draghi mai così forte: perché ora il premier può ignorare il chiasso dei partiti

Con i partiti usciti sconfitti dal voto del Quirinale e i leader indeboliti alle prese con le crisi interne, il premier prepara una nuova fase del governo con meno compromessi e una riforma approvata a settimana

La conferma di Sergio Mattarella al Quirinale per un nuovo settennato spiana per Mario Draghi la strada di un ultimo anno drasticamente diverso da quello appena concluso. Lo scenario che emerge da buona parte dei retroscena sui quotidiani dopo sei giorni burrasca sul voto quirinalizio è che il timone del governo ora non è mai stato così saldamente nelle mani dell’ex governatore della Bce. Anzi, c’è chi si spinge a scrivere che ora inizia il vero governo Draghi, che c’è un prima e dopo, dove il dopo prevede dodici mesi di decisionismo e pragmatismo, come scrive Repubblica. Addio quindi ai compromessi al ribasso con i partiti, usciti dalla settimana di voto per il Quirinale ammaccati se non spaccati tra loro e al loro interno. L’anticipo di come sarà il film del governo per il prossimo anno lo ha dato l’uscita di Giancarlo Giorgetti, partito con la minaccia delle dimissioni da ministro dello Sviluppo, poi rimodulata dopo un faccia a faccia con Matteo Salvini in una richiesta di confronto con il premier per un cambio: «nel codice di comportamento tra gli alleati di maggioranza». E Giorgetti lo fa citando non a caso: «i provvedimenti che ci aspettano nel prossimo anno, i problemi sono seri e gravi».


La richiesta di un incontro tra i vertici leghisti e il premier non ha trovato alcuna resistenza. Consapevole com’è il capo del governo che la permanenza di Mattarella al Quirinale vale per lui un cappello di protezione che di fatto nessuno nella maggioranza può togliergli. Ed è con questi presupposti che Draghi sarebbe intenzionato ad aprire una “fase 2” nell’azione di governo e tirare dritto su una serie di riforme che finora i partiti sono riusciti a tenere in frigo. In agenda tornano a strettissimo giro temi caldi come le concessioni demaniali, dopo mesi di resistenze da parte di Forza Italia, Lega e Pd alle assegnazioni con gare pubbliche. C’è la mina della liberalizzazione delle licenze degli ambulanti, contro cui finora si sono sempre impuntati soprattutto i leghisti in maggioranza.


Senza tralasciare poi la riforma del catasto, più e più volte rinviata anche in questo governo, e che ora non dovrebbe più avere ostacoli. E infine, non ultima, la riforma delle Pensioni e la revisione del sistema alla base del Reddito di cittadinanza: temi carissimi a Lega e M5s e su cui il premier non sarebbe più disposto a temporeggiare per evitare strappi. Dai partiti non mancheranno minacce di veti e appelli di rimpasto, così come già sta avvenendo in queste ore. Ma nessuno sarebbe disposto ad andare fino in fondo, non con la prospettiva concreta che un addio di Draghi da palazzo Chigi riporterebbe i titoli di Stato nella tempesta dei mercati in pochissimo tempo. Senza dimenticare la minaccia trapelata proprio pochi giorni fa da Bruxelles di rinunciare a qualche pezzo dei miliardi del Pnrr. Tutti disastri di cui qualcuno dovrà poi rendere conto agli elettori alle prossime Politiche, e tra questi non ci sarà di certo l’attuale premier.

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