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Rugby, gli All Blacks cedono il 10% dei diritti del loro marchio a un fondo

I soldi provenienti dal fondo statunitense verranno reinvestiti per lo sviluppo e la crescita del rugby femminile, di quello amatoriale e dei settori giovanili, dopo le gravi perdite economiche legate alla pandemia

«La storia, Haka compresa, non è in vendita», giuravano i giocatori degli All Blacks. Ma alla fine, dopo due anni di discussioni, han dovuto cedere all’accordo con un fondo di investimenti californiano (Silver Lake Partners, ndr), per cedere il 10% dei diritti commerciali sugli All Blacks, in cambio di circa 120 milioni di euro, creando così una nuova società commerciale. Secondo il nuovo accordo, a detta della federazione neozelandese di rugby, i soldi provenienti dal fondo statunitense verranno reinvestiti per lo sviluppo e la crescita del rugby femminile, di quello amatoriale e dei settori giovanili, grazie alla ritrovata stabilità finanziaria. Già, perché a causa della pandemia di Coronavirus le casse del New Zealand Rugby erano in rosso, con perdite fino a 45 milioni di euro, corrispondenti a circa un terzo del budget della federazione. «Questo è un momento cruciale per il rugby in Nuova Zelanda, è un’occasione straordinaria di assicurarci l’avvenire e di sfruttare il grande potenziale del nostro rugby», ha detto David Kirk, ex capitano degli All Black e presidente della New Zealand Rugby.


Sulla Haka, l’antica danza Maori che precede le partite delle nazionali neozelandesi, uno dei tratti più distintivi degli All Blacks e la cui guida è concessa solo a chi ha, nel proprio albero genealogico, almeno un ancestrale su otto di origine Maori, ha via via contribuito ad accrescere – loro malgrado – il “marchio” degli All Blacks, il cui valore commerciale può arrivare, secondo Silver Lake, a 2 miliardi di euro. Un “marchio storico” che ha infatti attirato gli investimenti del fondo statunitense Silver Lake Partners. Forse il fascino della danza – rito degli All Blacks, d’ora in avanti, rischia di essere percepita con meno trasporto e ammirazione nella sua naturalezza e storia. Ma è pur sempre vero che senza quell’investimento, forse, non si sarebbero visti neanche più gli All Blacks in campo.


Una squadra che, in realtà, si basa su principi più profondi, in cui ciascun giocatore si assume la responsabilità di essere a disposizione della squadra per un bene comune, con una maniacale attenzione all’eccellenza e la fondamentale reciproca fiducia e rispetto non solo dei compagni di squadra, ma anche dell’avversario, come raccontato da James Kerr nel libro Niente teste di cazzo: Lezioni di vita e di leardership dagli All Blacks. Non a caso gli All Blacks sono ritenuti la squadra più forte del mondo, con una percentuale di vittorie nei tornei internazionali che si attesta intorno al 75%. Un’integrità e compattezza morale, culturale e spirituale maturata in 133 anni di storia che si teme possa venire intaccata dall’influenza, seppur in ridotta percentuale, da parte del fondo statunitense. Ma l’ultima parola non è ancora detta: il definitivo via libera all’accordo spetterà alle Union provinciali e alla rappresentanza Maori.

Nella foto: elaborazione grafica di Vincenzo Monaco

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