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Pochi soldi e molta rabbia: come funzionano le baby gang che spaventano Milano

Aggregano giovani tra i 12 e i 26 anni che, vestiti da rapper e a volto coperto, aggrediscono o scatenano risse per pochi spicci ma per un buon video sui social. E spesso vengono da famiglie «normali» che contattano le vittime delle aggressioni per scusarsi

Non sono dei criminali di professione, sono solo dei ragazzi che, dopo due anni di pandemia, non sanno come «sfogare diversamente la loro rabbia». Non si «rendono conto di quello che fanno», sono totalmente «disconnessi dal mondo, dalla realtà», spiega a Open un inquirente che opera in Lombardia e che recentemente ha condotto inchieste sulle baby gang. La cosa più incredibile è che non hanno «né la voglia né il bisogno di derubare qualcuno»: in alcuni casi non gli interessa proprio sottrarre qualcosa, molto spesso vengono anche da famiglie «normali, di lavoratori», non di certo da contesti difficili o di estrema povertà. Ci sono stati casi in cui i genitori sono andati a casa delle vittime a «chiedere scusa per un loro figlio» e a dire che «non sapevano più come gestirlo». I membri delle baby gang hanno tra i 12 e i 26 anni: indossano il passamontagna, imbracciano armi (finte) o si portano dietro dei coltellini (che, però, usano) e fanno male, molto male, alle loro vittime. Dei veri e propri pestaggi che in alcuni casi, ci dicono le nostre fonti, si sarebbero potuti «trasformare in omicidi». Si ispirano ai rapper, qualche volta li frequentano, e hanno un atteggiamento “sfidante” con le forze dell’ordine, almeno quando sono in gruppo.


Fenomeno in aumento

Da soli, invece, si trasformano in pecorelle smarrite, in «chierichetti», così li definiscono gli investigatori. Se sottoposti a controlli o a domande non oppongono alcuna resistenza. Rapine, risse, piccoli furti e aggressioni: questo fanno, di notte, prendendo di mira il malcapitato di turno. Poi pubblicano tutto sui social, la voglia di mostrarsi prevale sulla percezione del rischio di fornire materiale prezioso a chi indaga. Un fenomeno che esisteva già prima dell’emergenza Covid, senza dubbio, ma che nell’ultimo periodo è «aumentato in maniera esponenziale», ci spiegano e i dati di cronaca sembrano confermarlo. Gli autori dei pestaggi sono spesso ragazzi che vengono da condizioni familiari ed economiche modeste, ma non da contesti criminali: sono italiani o immigrati di seconda generazione, molti di loro frequentano poco o nulla le scuole, altri si dedicano a piccoli lavoretti, c’è chi fa il muratore, chi l’operaio, ovviamente tra i più grandi. La pandemia del Coronavirus ha certamente aggravato la situazione. Con la chiusura di palestre e oratori, a causa del lockdown, molti di loro si sono trovati smarriti e così si sono rifugiati in queste “attività”.


Le 13 baby gang di Milano

Le operazioni, in tutta Italia, sono state (e sono) diverse: nell’ultimo periodo, ci dicono, è stata registrata una forte «concentrazione di piccoli reati», fatti «soprattutto da minorenni» o comunque da giovanissimi, nelle grandi città come, appunto, Milano. Nel capoluogo lombardo, ad esempio, ci sono le baby gang “specializzate” in rapine, come la Gang Duomo che opera alle Colonne di San Lorenzo, zona già teatro di aggressioni e di spaccio (basta fare un giro all’ora dell’aperitivo per rendersene conto e per essere avvicinati da spacciatori, ndr). C’è anche la K.O. Gang, che ha come leader il rapper El Kobtannn mentre la Z4 Gang/CRVT si filma armata. Ci sono, poi, le gang che rubano cellulari e abiti firmati in corso Lodi e chi si diverte a fare risse in metro. Così, senza motivo. A qualsiasi ora del giorno. Un passatempo, niente di più, con «gravi conseguenze per le vittime» (scelte per caso). Non si tratta, dunque, di potenti criminali, non ci sono particolari collegamenti alla criminalità organizzata, salvo rarissimi casi.

Si pensi alla gang italiana vicina alla n’drina calabrese Di Giovine-Serraino che avrebbe il suo “quartier generale” in piazza Prealpi a Milano. In totale, come scrive stamattina la Repubblica, le baby gang di Milano sarebbero 13. Il collegamento con alcuni rapper è fortissimo: alcuni di questi gruppi, infatti, realizzano video musicali con 300 persone (basti pensare al popoloso quartiere del Gratosoglio che, spesso, si trasforma in un set a cielo aperto per videoclip musicali, bloccando persino il traffico e i mezzi pubblici, ndr). Tra corso Lodi e Porta Vittoria, invece, avvicinano il malcapitato di turno, lo fermano con un qualsiasi pretesto, lo accerchiano, lo minacciano e alla fine lo derubano. Dal cellulare alle cuffie musicali, dagli occhiali griffati a un cappellino. In un caso – ci segnalano – una delle vittime sarebbe stata rapinata di 30 euro. Ma appunto, il bottino non conta. Non è per soldi che si entra in una baby gang.

Foto in copertina di repertorio: ANSA/ UFFICIO STAMPA POLIZIA DI STATO

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