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In due mesi schizzano i prezzi per la guerra: olio di girasole +44%, pasta +13% e pane +12% – La mappa dei rincari

Lo denuncia Assoutenti citando i dati del Mise che evidenziano gli effetti della guerra in Ucraina sul costo di questi tre beni primari

In soli due mesi il prezzo dell’olio di semi girasole è aumentato di quasi la metà. Non solo, anche pane e pasta hanno subito rincari significativi, seppur più contenuti. Lo denuncia Assoutenti citando i dati del Mise che evidenziano gli effetti della guerra in Ucraina sul costo di questi tre beni primari. Gli aumenti più significativi per l’olio di girasole (+44%) sono stati riscontrati a Verona e Lodi, ma nella maggior parte delle province sono comunque intorno al 20%. Per la pasta sono Messina e Venezia a far registrare gli aumenti maggiori, mentre il pane più caro è a Mantova e Cosenza. L’associazione ha evidenziato che i rincari di tutti e tre i beni sono superiori al tasso di inflazione. Gli aumenti però, non riguardano solo pane, pasta e olio: come fa notare Coldiretti, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, sono saliti anche burro (+16%), pollo (+12%), verdura fresca (+12%) e uova (+9%)


Gli aumenti erano attesi, ma «c’è pericolo di speculazioni»

I presidente di Assoutenti Furio Truzzi ha dichiarato: «A inizio conflitto avevamo denunciato il rischio di rincari proprio per quei prodotti realizzati con materie prime di cui Russia e Ucraina sono principali esportatori. I numeri ufficiali ci danno oggi ragione: al di là dei record registrati da alcune province, gli aumenti dei prezzi di pane, pasta e olio di semi sono generalizzati e interessano tutte le città». Truzzi ha anche aggiunto: «In tale contesto, il rischio di speculazioni sulla pelle dei consumatori è elevatissimo: per tale motivo invieremo il nostro report a Mr Prezzi [il garante per la sorveglianza dei prezzi del ministero ndr], affinché indaghi sugli aumenti spropositati dei listini che in soli due mesi si sono abbattuti sulle famiglie».


La shrinkflation: come le aziende fingono che i prezzi non cambino

Ancora non è chiaro se si tratta di speculazione o meno, ma ha destato attenzione negli ultimi giorni il fenomeno della shrinkflation. Questa parola composta dall’inglese shrink (“restringere”) e inflation (“inflazione”) indica la pratica che alcune aziende adottano per nascondere gli aumenti di prezzo, spesso dovuti, appunto, all’inflazione. E, date le circostanze, il fenomeno si verificando sugli scaffali dei supermercati italiani proprio in questo periodo. In sostanza, per mascherare i rincari, le aziende mantengono il prezzo della singola confezione invariato, ma ne riducono il contenuto all’interno, offrendo di fatto meno prodotto allo stesso prezzo di prima. In questo modo il consumatore distratto non si accorge che sta pagando di più. La pratica è stata definita sleale dal Codacons, che ha invitato l’Antitrust ad indagare.

I motivi dei rincari: l’energia più che le materie prime

Come Open aveva già evidenziato, sebbene legati alla guerra in Ucraina, gli aumenti di pane e pasta sono da attribuirsi per lo più al caro energia, carburanti (+129% dal 2021) e fertilizzanti (+170%), dato che il prezzo della materia prima – il grano – incide solo marginalmente sul costo finale. Il discorso è simile per carne, latticini e uova: il prezzo dei mangimi animali è aumentato del 90% rispetto all’anno scorso. L’allevamento medio si trova quindi, nel 2022 a pagare 15.700 euro in più se comparato al 2021, fa sapere Coldiretti.

Tabelle nell’articolo di Assoutenti

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