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Cosa ha detto Draghi a Mattarella e perché il premier ne ha «le tasche piene» (del M5s e non solo)

Il colloquio al Quirinale incentrato su cosa fare in caso di crisi. Il Colle fermo fino al voto di giovedì. Gli spiragli per la pace e i sospetti grillini

Mario Draghi ne ha piene le tasche. La crisi strisciante del suo governo e l’ascesa al Colle di ieri con l’ombra della verifica e il pericolo del voto in autunno fanno salire le tensioni interne alla sua maggioranza. Da una parte il Movimento 5 Stelle che si sente accerchiato. Dall’altra la Lega che chiede insieme a Forza Italiachiarezza” (ovvero spingere i grillini fuori dall’esecutivo). I retroscena dei giornali raccontano che durante il colloquio con Mattarella il premier non ha drammatizzato. In attesa di uno strappo ufficiale che non si sa se si consumerà. Di certo c’è che non aprirà una trattativa con il M5s. Mentre non è ancora chiaro se il presidente del Consiglio andrebbe avanti anche senza i grillini. I numeri ci sono. Ma chi ha parlato con l’ex presidente della Bce dice che nutre forti dubbi sulla possibilità di concludere la legislatura.


Il presidente, la fiducia, lo scontro

Che ne ha «le tasche piene» il premier lo ha detto ieri ad Antonio Tajani durante una discussione sul Dl Concorrenza. Francesco Verderami sul Corriere della Sera racconta che quando il dirigente azzurro lo ha avvertito che Berlusconi non sarebbe rimasto a guardare, è sbottato: «Non lo consentirò. Non permetterò che questa situazione si trascini a lungo. E se non si comporrà, sarò io a salire al Quirinale». Ora gli occhi sono tutti puntati sul voto di giovedì in Senato. Se il M5s vota no o esce dall’Aula, è molto probabile che il premier restituisca il mandato nelle mani di Mattarella. Il quale a quel punto lo rimanderebbe alle camere per verificare la fiducia. Così la crisi si aprirebbe ufficialmente e tutti dovrebbero scoprire le carte. Anche i grillini che potrebbero lasciare il M5s in caso di rottura con il premier.


In Senato i candidati sarebbero una decina. Fra martedì e mercoledì i senatori 5s decideranno come muoversi. Non è escluso che Conte partecipi a una riunione con loro. Restano poco più di 48 ore per provare a fare rientrare il rischio di una crisi, appalesatosi da quando tutti i deputati pentastellati sono usciti dalla Camera al momento del voto. Gli ottimisti sperano che si possa produrre uno scatto sul salario minimo o sul taglio al cuneo fiscale. E pensano già a un rimpasto per andare avanti, ottenendo un posto (cruciale in chiave manovra) al ministero dell’Economia.

I sospetti grillini

Dall’altra parte della barricata c’è il M5s. Che, racconta oggi Luca De Carolis sul Fatto Quotidiano, si sente accerchiato e sotto pressione. Conte non ha avuto ieri contatti con Draghi. Si aspetta un segnale entro dopodomani. «Ma per fermarci non basterà qualche generica promessa sul salario minimo e qualche briciola sul cuneo fiscale», è il virgolettato di un generale contiano. La gran parte dei senatori è pronta a rompere. E se l’ex Avvocato del Popolo tirasse indietro la gamba all’ultimo potrebbe finire sulla graticola proprio per questo. «Stanno provando a spingerci fuori», è l’analisi che si fa dalle parti del M5s. Intanto ieri, ospite di In Onda su la 7, rispondendo a una domanda sulla permanenza al governo del 5 Stelle, il sociologo Domenico De Masi è stato perentorio.

«Ho parlato con Conte, anche nelle ultime ore. Questo governo sta svuotando passo passo anche il reddito di cittadinanza. Permanere in questo governo, che ha più una cifra neoliberista che socialdemocratica, sta svuotando le richieste dei Stelle, stanno ottenendo sempre di meno», ha detto. Per De Masi i 5 Stelle «sono l’unico partito che in Italia ha fatto una cosa di sinistra negli ultimi 10 anni, il reddito di cittadinanza e il decreto dignità. In questo momento si è depurato della parte governativa e ora Conte ha le mani molto più libere di decidere se restare al governo o no». Dunque «se il Movimento esce dal governo recupera Di Battista e recupera un rapporto più forte con sinistra italiana e Articolo 1. Quindi da questo punto di vista metrico-decimale gli converrebbe uscire».

Lo spiraglio

Il quirinalista Marzio Breda invece racconta che il colloquio al Colle tra i due è stato incentrato sul Che fare. Che fare per inchiodare tutti al senso di responsabilità, visto che le fibrillazioni grilline non sono le uniche da tenere a bada. Draghi non avrebbe comunicato la voglia di salutare Palazzo Chigi. Mattarella non assumerà iniziative finché la crisi non sarà ufficialmente formalizzata. E da qui a giovedì, ha detto l’inquilino del Quirinale, può accadere di tutto. Anche che scoppi la pace. Se invece in Senato il M5s insisterà nel non votare la fiducia, allora è possibile che il premier si presenti dimissionario al Colle. Il presidente della Repubblica lo rinvierà alle camere per un nuovo voto. Uno spiraglio, per ora.

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