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Crisi di governo, cosa succede ora?

Verso le elezioni il 2 ottobre, ma c’è un problema tecnico da risolvere

La votazione per appello nominale sulla mozione che avrebbe conferito piena fiducia all’attuale premier Mario Draghi si è conclusa con 95 voti favorevoli, poco più della metà dei 172 che hanno aperto la crisi di governo la scorsa settimana. E sembra essersi risolto anche l’ultimo problema tecnico: i Cinque stelle, che inizialmente avevano annunciato che avrebbero lasciato l’aula, hanno invece “risposto alla chiama” ovvero all’appello nominale come “presenti non votanti”. Non hanno votato la mozione di fiducia e non hanno votato no, ma hanno tenuto il numero legale, calcolato a 142 voti, perché alcuni senatori erano in missione: i presenti sono stati in tutto 192. Cosa cambia che ci sia stato il numero legale? Politicamente non molto, tecnicamente invece, che il governo sia dimissionario ma non sfiduciato gli consente maggiori poteri per gestire gli affari correnti fino all’inevitabile voto.


Difficile che accada altro oltre alle dimissioni, a questo punto: il premier Mario Draghi è atteso al Colle domani dopo la discussione alla Camera. Stavolta Sergio Mattarella dovrebbe accettarle anche perché il dissenso interno all’attuale maggioranza che si è registrato oggi è troppo corposo per ipotizzare che qualche altra formula di governo nei giorni prossimi ottenga la maggioranza. L’unico problema da risolvere è la data di scioglimento delle Camere, per poi calcolare quando gli italiani saranno chiamati alle urne. L’avvio delle procedure di scioglimento è previsto per domani, con la convocazione dei presidenti di Camera e Senato. Chiudere tutto oggi avrebbe significato vincolarsi a votare il 25 settembre, ma la coincidenza con una importante festa ebraica avrebbe rappresentato un grave sgarbo istituzionale. Scavallata la data di oggi, non è chiaro se attendendo ancora qualche giorno, le elezioni dovrebbero essere convocate il 2 ottobre.


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