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Dl Aiuti bis, salta la proroga allo smart working per lavoratori fragili e genitori under 14: torna l’obbligo di presenza

L’Italia indietro sul lavoro agile rispetto al resto d’Europa

Bastavano 60 milioni di euro. Ma, evidentemente, mancava il consenso. Si infrange così contro la Ragioneria generale dello Stato la possibilità di prorogare di tre mesi lo smart working a favore dei lavoratori fragili e dei genitori under 14. Una misura che il ministro del Lavoro Andrea Orlando aveva preso a cuore. Ed era quasi riuscito a includere nell’ultimo Decreto Aiuti, varato giovedì scorso con una manovra da 17 miliardi di euro. «Come è noto – ha scritto Orlando su Facebook – ho proposto una norma per la proroga in diverse occasioni e anche nel caso del Dl Aiuti-bis». Quindi «ho sostenuto in Consiglio dei ministri un intervento in questa direzione a tutela dei più fragili e dei genitori con figli piccoli. Che fino ad oggi hanno avuto la possibilità di organizzare il lavoro con modalità agile senza conseguenze per la produttività e per le mansioni lavorative».


Lavoro da casa

«Nel Consiglio dei ministri di giovedì purtroppo non si è trovato il necessario consenso, ma non demordo e continueremo a intervenire nuovamente in sede di conversione del Decreto Aiuti-bis», ha concluso Orlando. Dal primo agosto, quindi, torna l’obbligo di presenza anche per le categorie di lavoratori interessate. L’unica ancora di salvezza restano gli accordi sullo smart working stipulati singolarmente dalle aziende con le rispettive rappresentanze sindacali. Dal primo settembre anche tutti gli altri lavoratori che in questi mesi hanno beneficiato del regime semplificato potranno proseguire il lavoro da casa. Ma con le modalità specifiche definite da ogni azienda. Se non esplicitate, a fine mese dovranno tornare in presenza. Perché, nonostante le richieste dei sindacati, anche la procedura d’emergenza applicata in tanti luoghi di lavoro a causa del Covid termina. E mentre il resto d’Europa accoglie la “rivoluzione” dello smart working, l’Italia fa un passo indietro. Ed è evidente dall’ultimo rapporto Istat. Che registra una diffusione media dello smart working del 13,6 per cento, contro una media Ue del 20,6 per cento.


Il problema di fondo

Questo perché i datori di lavoro italiani guardano ancora al lavoro in presenza come alla normalità. «C’è un malinteso di fondo quando si pensa allo smart working come a un costo. Come è sbagliato associarlo alle misure di emergenza, o alle esigenze di conciliazione vita-lavoro. Ma è invece bene che si esca dal periodo di emergenza, rientrando nella normalità», spiega a Repubblica Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio sullo smar tworking del Politecnico di Milano. Un pregiudizio particolarmente presente nella Pubblica Ammiministrazione. «Salvo poche eccezioni, stiamo assistendo a pesanti rientri in ufficio, e abbiamo una media di uno, massimo due giorni a settimana di lavoro agile.

Semmai si sta cercando di fare rientrare lo smart working sotto forma di welfare. Come telelavoro, così non si deve affrontare l’organizzazione per obiettivi», nota Marco Carlomagno, segretario di Flp (sindacato autonomo della Pa), intervistato da Repubblica. Nel privato, però, va meglio. «I primi dati che abbiamo raccolto ci confermano che il lavoro agile si sta consolidando in tutte le grandi imprese, e in molte di quelle medie. Semmai, non sempre è una scelta consapevole che parte dai vantaggi del lavoro per obiettivi. Molti lo offrono ai dipendenti solo perché sanno che altrimenti non risulterebbero abbastanza attrattivi».

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