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M5s, Conte lancia la sfida elettorale: «I progressisti siamo noi. Letta, Di Maio e Draghi volevano farmi fuori»

In un’intervista con il direttore de La Stampa, il presidente del Movimento ha detto: «Il voto utile contro la destra è quello ai cinque stelle»

Una piccola squadra di 15 persone. Questo il “listino” di Giuseppe Conte, che ha parlato all’indomani del voto sulle parlamentarie in un’intervista di Massimo Giannini alla trasmissione 30 minuti al Massimo, riportata da La Stampa. Ribadisce che non si tratta di «fedelissimi, ma di persone in grado di contribuire alla realizzazione delle battaglie» del Movimento. Tra queste il tema del lavoro è prioritario: Conte propone la riduzione di 4 ore dalle 40 settimanali a parità salariale, in particolare nei settori ad alta tecnologia. Ha anche detto di non aver definito il Movimento «di sinistra», ma una «forza progressista» che promuove riforme come il taglio dei privilegi dei politici, passando per l’anticorruzione arrivando al cavallo di battaglia del M5s, il reddito di cittadinanza.


Su chi sia il voto utile, il leader dei 5 Stelle non ha dubbi: sono loro. A suo avviso, il Pd ha «idee confuse». E specifica: «Letta aveva stretto un accordo con Calenda e l’obiettivo era rivedere il reddito di cittadinanza e il Superbonus. Oggi invece il Pd dice di essere una forza sociale ed ecologica, tutto il contrario di tutto». Per Conte il comportamento del Partito Democratico è stato «deludente e incomprensibile». Nessun rancore per Letta, ma per il leader 5 Stelle deve dare conto al suo elettorato delle alleanze che ha fatto. «Se alle elezioni non vincerà nessuno non ci sarà un Draghi bis», dice Conte alla Stampa. Anche perché, a suo dire, «la crisi di governo è da imputare alla volontà del premier, a Enrico Letta e Luigi Di Maio». Inoltre, continua Conte, sono proprio Draghi e Letta ad essere «stati zitti mentre Di Maio metteva a repentaglio l’equilibrio della maggioranza», dando vita a una nuova formazione durante in conflitto in Ucraina e accusando il Movimento 5 Stelle di essere una «minaccia». Né il presidente del Consiglio, che è venuto in Parlamento e non ha voluto dialogare, né – dice Conte – il Pd hanno detto nulla».


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