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Stop sanzioni o niente più gas: cosa c’è dietro il ricatto di Putin e perché il price cap può parlare italiano

Mosca annuncia il blocco del metano. Ma potrebbe essere un bluff. Intanto l’Europa ragiona sul tetto al prezzo. Sul tavolo le ipotesi del governo Draghi

Via le sanzioni o niente più gas. Mentre alcuni politici italiani ci spiegavano che le restrizioni varate nei confronti della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina non avevano effetto su Putin, è stato lo Zar stesso a smentirli rendendo palese il ricatto sul metano dopo le curiose vicissitudini nella manutenzione di Nord Stream 1. Ora gli occhi sono puntati sull’Europa. Il consiglio dei ministri Ue sull’energia del 9 settembre ha due opzioni sul tavolo: un tetto al prezzo del gas e linee di credito d’emergenza per gli operatori del mercato energetico. Intanto gli effetti delle sanzioni sull’economia di Mosca si fanno sentire. Così come le le ripercussioni. Il prezzo del gas ha toccato quota 290 euro prima di ripiegare a 245. Le Borse europee vanno a fondo e lo spread torna a salire.


La Russia può permettersi di chiudere i rubinetti?

Dall’inizio. Ieri è stato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov a certificare che i cosiddetti “problemi” con le forniture continueranno finché non verranno revocate le sanzioni. Mentre proprio Putin ha sostenuto che così l’Europa peggiora l’emergenza climatica. L’ipotesi che circola è che il ricatto dello Zar sia però un bluff. Marcel Salikhov, direttore dell’Istituto di Energia e Finanza di Mosca, dice che si tratta di un gioco pericoloso: se l’Europa manterrà il punto la Russia non sarà in grado di reindirizzare le forniture di combustibile nel breve periodo. E questo perché mentre la rotta verso la Cina è ancora in fase di progettazione, le vie del gas verso la Turchia e l’Asia centrale sono sature. E non sono in grado di sopportare l’eventuale aumento dei volumi.


Secondo l’economista nell’arco dei prossimi due o tre anni la Russia potrebbe riuscire a reindirizzare altrove solo 10 dei 135 miliardi di metri cubi che esportava verso l’Europa alla fine del 2021. E a prezzi più bassi. Intanto il rapporto degli esperti presentato al governo russo il 30 agosto scorso e visionato da Bloomberg prevede tre scenari. Tutti prevedono una recessione più profonda quando l’impatto si allargherà. E l’Opec+ ha però deciso di tagliare la produzione di petrolio di 100.000 barili al giorno nel mese di ottobre per stabilizzare il mercato. Ritornando così sui livelli del mese di agosto.

Il documento dell’Ue sul price cap

Intanto l’Unione Europea valuta il tetto al prezzo del gas. E lo fa sul modello proposto dal governo italiano. La Stampa racconta che secondo i tecnici di Bruxelles ci sono due possibili soluzioni per arrivarci. Ovvero la fissazione di un tetto massimo (come sanzione, che richiede l’unanimità) oppure l’istituzione di una centrale di acquisti europea per l’approvvigionamento a un determinato prezzo (da approvare a maggioranza, attraverso l’articolo 122). Il documento dice chiaro e tondo che in caso di price cap l‘Europa deve essere pronta ad accettare lo stop delle forniture. Ma il piano prevede anche che il prezzo sia fissato a un livello tale da rendere a Mosca più conveniente l’acquisto che la chiusura dei flussi. Si suggerisce quindi di non scendere sotto i 35 euro al megawattora. Ma le ipotesi iniziali parlavano di un prezzo molto più alto (150 o 200 euro).

L’agenzia di stampa Agi aggiunge che tra le ipotesi allo studio c’è anche quella di avere diversi price cap a seconda della dipendenza dal gas russo in diverse aree europee (est Europa zona rossa, maggiormente dipendente, penisola iberica zona verde meno dipendente). Il documento spiega che un tetto ai prezzi «renderebbe anche meno conveniente per la Russia provocare aumenti dei prezzi attraverso interruzioni parziali o manipolazioni del mercato che aiuterebbero a limitare la volatilità e l’incertezza sul mercato del gas una volta fissato il limite di prezzo russo».

Oggi, spiega ancora La Stampa, paesi come Italia, Germania o Austria acquistano a un prezzo in linea con quello fissato al Ttf di Amsterdam. Mentre il Belgio paga in media 40 euro in meno e la Spagna 60. I diversi price cap o un’unica area rossa permetterebbe ai paesi dell’Est e a Italia e Germania di fissare un prezzo temporaneo. Superiore a quello dei paesi che si troverebbero nell’area verde. Con un meccanismo per regolare gli scambi. Anche questo sistema può essere approvato a maggioranza.

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