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Il governo presenta un contro-emendamento per bloccare la deroga al tetto dei 240 mila euro di stipendio per i vertici pubblici

Spetterà alla forze politiche decidere se votarlo alla Camera – con conseguente ritorno del Dl aiuti bis al Senato – oppure ricorrere alla formula dell’ordine del giorno per inserire lo stop nel Dl aiuti ter

Quando Maria Elisabetta Alberti Casellati, il 13 settembre, ha recitato la formula «il Senato è convocato a domicilio», nell’Aula sono partiti gli abbracci, i saluti, i selfie tra compagni e rivali di partito: quella dell’approvazione del decreto Aiuti bis dovrebbe essere stata l’ultima seduta per i senatori della XVIII legislatura. Dovrebbe, perché proprio un emendamento a quel decreto rischia di far tornare a Palazzo Madama gli esponenti dei partiti. Si tratta dell’art. 41 bis, quello che prevede una deroga al tetto di 240 mila euro degli stipendi degli alti dirigenti pubblici. Dopo il passaggio in Senato, Mario Draghi aveva fatto trapelare una certa irritazione. Che si sia trattato di vera inconsapevolezza di quanto scritto dal ministero dell’Economia o di strategia per smarcarsi dalla polemica, resta il fatto che nel pomeriggio di oggi, 14 settembre, fonti ufficiali di Palazzo Chigi hanno annunciato di aver presentato un emendamento soppressivo dell’articolo della discordia. Con questo atto, rimangono due le strade percorribili per il Parlamento. E sono due strade che lo stesso staff del presidente del Consiglio ha tracciato. Il governo chiederà di votare l’emendamento – alla Camera dei deputati – salvo che le forze politiche all’unanimità non decidano di approvare l’ordine del giorno che dispone la soppressione dell’articolo nel decreto Aiuti ter, è l’indicazione attribuita a “fonti” di palazzo Chigi. È probabile che le forze politiche optino per la seconda ipotesi: votare l’emendamento soppressivo del governo implicherebbe il ritorno a Palazzo Madama dell’intero impianto del decreto Aiuti bis. Inoltre, con buona pace per il congedo di Casellati, il Senato dovrebbe essere riconvocato anche con una certa urgenza, visto che l’8 ottobre il decreto, se non convertito in legge entro 60 giorni, decadrebbe.


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