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Città più inclusive? L’architetta Zaida Muxí: «Così si facilita la vita di donne, anziani e bambini» – L’intervista

L’architetta argentina, pioniera dell’urbanistica con prospettiva di genere, spiega a Open come riprogettare i territori urbani prendendo in considerazione le differenze. Un buon esempio? Vienna

È raro che ci si soffermi a pensare a come sono progettate e costruite le città che viviamo ogni giorno. Lo è ancora di più realizzare che, come molto di quello che ci circonda, anche le città sono state pensate e realizzate prevalentemente dagli uomini, per gli uomini. Che ripercussione ha tutto questo sulla vita quotidiana? A spiegarlo a Open è Zaida Muxí Martínez, architetta argentina classe 1964, pioniera dell’architettura e urbanistica con prospettiva di genere (o cosiddetta urbanistica femminista), che ha dedicato la sua carriera al ribaltamento della prospettiva, per una (ri)progettazione delle città che le renda più inclusive. Muxí Martínez sarà ospite al prossimo Festival di Internazionale, in programma dal 30 settembre al 2 ottobre a Ferrara, per parlare di capitale umano femminile, transizione ecologica e urbanistica femminista.


Prima di tutto, che cosa si intende per urbanistica con prospettiva di genere?


«Per me l’urbanistica con prospettiva di genere è una metodologia. Ha ovviamente una natura politica: ripudia il sistema patriarcale e ricerca un altro tipo di relazione tra le persone, più equa, più orizzontale, più collaborativa. L’obiettivo è capire quali sono le disuguaglianze che impattano sulla vita delle donne e in che modo l’urbanistica possa migliorare questa condizione. Uomini e donne hanno abitudini diverse, e il modo in cui sono costruite le città di certo non facilita lo stile di vita femminile».

Mi faccia degli esempi.

«Generalmente le donne tendono a muoversi molto di più e lo fanno percorrendo distanze brevi, molto più spesso a piedi o con i trasporti pubblici, e prediligendo un movimento chiamato poligonale: non vanno dirette da un punto all’altro, ma approfittano del tragitto per fare molte più tappe. Succede perché se il nucleo familiare dispone di un solo mezzo di trasporto, viene di solito utilizzato dall’uomo. Se abbiamo una politica urbana che favorisce lo spostamento con mezzi privati, stiamo già privilegiando gli uomini. Se investiamo invece in una politica che punta alla pedonalizzazione e al potenziamento del trasporto pubblico, andiamo più incontro alle necessità delle donne».

Mi vengono in mente i bagni pubblici: sono progettati alla stessa maniera che siano maschili o femminili

«Quello dei bagni pubblici è un esempio calzante. Sono un servizio imprescindibile per vivere la città, ma molto spesso non sono progettati per incontrare le esigenze delle donne. Pensiamo a quante donne soffrono di incontinenza dopo una gravidanza o semplicemente alla necessità di cambiare un assorbente quando si hanno le mestruazioni. Poi generalmente sono le donne ad accompagnare al bagno i bambini o gli anziani e gli spazi sono sempre molto piccoli, senza un gancio per appendere la borsa o il cappotto. Senza contare che i bagni pubblici molto spesso sono collocati in punti lontani e appartati invece di essere all’ingresso come dovrebbe essere, così da essere facilmente accessibili a chiunque.

Un’altra cosa che mi viene in mente sono le panchine: non devono essere considerate solo un elemento decorativo o un’occasione di relax nella natura. Sono uno strumento di autonomia per le persone disabili, per gli anziani, per le persone che trasportano dei pesi o dei bambini piccoli. Per loro è uno strumento per riposarsi e quindi poter poi arrivare più lontano».  

Mi sembra quindi che la prospettiva di genere non guardi solo alle esigenze delle donne… È piuttosto una riflessione sull’inclusività in senso più ampio della città.

«Assolutamente. Siamo tutti diversi e il punto non è essere uguali, ma proprio riconoscere e rispondere come città a tutte queste differenze. Differenza nella capacità motoria, differenze nella sessualità, nella nazionalità, nella cultura. C’è chi ti risponde che poi non c’è universalità, ma se alla fine quello che è considerato universale esclude la maggioranza e fa sì che un gruppo maschile in giovane età si appropri di determinati spazi, come la mettiamo? Poi, come dicevo prima, quando parliamo di prospettiva di genere parliamo del ruolo assegnato alla donna, che si occupa ancora della maggior parte del lavoro di cura. Se si vuole incorporare la sua esperienza di vita nella pianificazione urbana c’è bisogno di empatia, di guardare la realtà dal suo punto di vista».  

Quali sono i primi interventi che metterebbe in atto in una città costruita a “misura d’uomo”?

«Come prima cosa bisognerebbe capire quali sono i quartieri nei quali scorre la vita quotidiana e potenziarne la pedonalità e il trasporto pubblico, valorizzare i percorsi più battuti che collegano tutte le attività che si svolgono nella zona. Già migliorare queste condizioni fa sì che il lavoro sia più piacevole e che le persone che hanno bisogno di assistenza siano più autonome. Se hai una città più sicura, per esempio con tragitti per la scuola definiti, i bambini possono andare a scuola da soli. Se hai strade ben fatte, prive di barriere architettoniche, con tante panchine, le persone anziane o disabili possono muoversi con più facilità.

Poi si può intervenire agevolando i compiti di cura con più asili nido, più aree gioco o svago per giovani e giovanissimi e specularmente più spazi per gli anziani, per rilassarsi, fare sport, stare in compagnia. Infine si dovrebbe cercare di aumentare le opzioni professionali in prossimità per le donne escluse dal mercato del lavoro, sia perché residenti in quartieri marginalizzati da cui non hanno la possibilità di spostarsi quotidianamente sia perché costrette nei tempi e negli spostamenti dal lavoro di cura».

E c’è una riflessione anche in termini di sicurezza?

«Credo che la sicurezza sia un risultato di una serie di azioni precedenti. Una società con spazi pubblici migliori, più eterogenei e quindi più ricchi di persone diverse a diversi orari della giornata sarà naturalmente più sicura, no? Poi chiaramente bisogna tenere in considerazione un’illuminazione corretta delle strade, che sia continua e più direzionata ai marciapiedi che alle carreggiate. Anche pensare a come risolvere la visibilità agli angoli delle strade per evitare incontri improvvisi».

Ci sono città che considera attente alla prospettiva di genere nella loro urbanistica?

«Senza dubbio Vienna. È tra le prime città che ha cominciato ad applicare una prospettiva di genere all’urbanistica e ha già messo in atto politiche mirate in molti campi, dagli alloggi al trasporto fino alla progettazione di piazze e strade. Non solo ha migliorato la pianificazione, ma ha anche rivisto il modo in cui si guarda alla città e ai progetti urbanistici. Per esempio ora l’amministrazione sta lavorando alla riqualificazione del quartiere Mariahilf. Per farlo, si è confrontata con sette diversi gruppi municipali, ognuno responsabile di un servizio, per capire dove fosse prioritario intervenire. In poche parole la riflessione fatta è stata: “Che problemi avrebbe in questo contesto cittadino un bambino, quali un anziano, quali un adolescente?”. Per poi attuare modifiche anche minime, ma che per alcune persone rappresentano un grande miglioramento nella vita di tutti i giorni. In seconda posizione c’è Umea, in Svezia. Anche Barcellona ha fatto moltissimo negli ultimi sei anni, mentre Berlino aveva iniziato a muoversi in questa direzione, ma poi non è stata capace di continuare».

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