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Lula contro Bolsonaro: domani il voto più importante del Brasile, tra violenza crescente e lo spettro dei brogli

L’elezione del futuro leader del Brasile nel mezzo di una profonda crisi economica e politica. Cosa dicono i sondaggi e il confronto tra i programmi

Domani, 2 ottobre, avranno luogo le elezioni in Brasile. Un appuntamento che giunge nel mezzo di un clima di tensione crescente, dentro e fuori il Paese e di quotidiana violenza politica, culminata pochi giorni fa con un omicidio. Ad essere ucciso, uno dei sostenitori dell’ex capo di stato Luiz Inacio Lula da Silva, candidato del Partito dei lavoratori (Pt). L’omicida è un supporter del leader di estrema destra uscente Jair Bolsonaro. Un episodio non certo isolato. Secondo un sondaggio dell’Osservatorio sulla violenza politica ed elettorale dell’Università di Rio de Janeiro, il 70% dei brasiliani ha affermato di temere violenze nell’esprimere le proprie opinioni politiche. Il rischio è concreto: per prevenire incidenti, la Corte suprema brasiliana ha approvato la restrizione della vendita di armi da fuoco.


Cosa dicono i sondaggi

Sul clima di «crescente violenza politica, intimidazioni di giornalisti e tentativi di minare la fiducia nel sistema elettorale» denunciato da Human Rights Watch hanno probabilmente inciso i risultati dei sondaggi di di Exame/Ideia. Le proiezioni vedono un netto vantaggio di Lula, al 47%, mentre Bolsonaro si posizionerebbe al di sotto di almeno dieci punti percentuali. Il “Donald Trump dei tropici” sarebbe in vantaggio in 7 Stati su 27. Lula dovrebbe uscire vincitore in 14, compresi i due con il più grande collegio elettorale, San Paolo e Minas Gerais. Un distacco così netto che potrebbe consentire all’ex presidente di sinistra di essere eletto senza passare per il ballottaggio. Eventualità nei confronti della quale il suo rivale sembra prepararsi. Il Partito liberale ha infatti diffuso una nota in cui viene paventato il rischio di brogli su vasta scala. I dipendenti del governo, si legge infatti nel messaggio, avrebbero «l’assoluto potere di manipolare i risultati delle elezioni senza lasciare nessuna traccia».


Qualche giorno prima, Bolsonaro aveva già denunciato – senza prove – i suoi dubbi sull’affidabilità delle urne elettroniche. Sostenendo inoltre di essere vittima di persecuzione da parte del Tribunale superiore elettorale (Tse). Lo stesso tribunale che ha chiamato una delegazione dell’Organizzazione degli stati americani (Oas), composta da esperti di 17 Paesi e da enti non governativi europei e americani, per certificare la regolarità del voto. Osservatori e analisti temono infatti che il presidente uscente possa cercare di invalidare l’esito del voto o renderlo dubbio. Domenica gli elettori voteranno dunque con urne elettroniche: una volta convalidata la propria scelta, la preferenza verrà trasmessa direttamente al Tse. Il voto è obbligatorio per tutti i cittadini tra 18 e 70 anni.

I programmi a confronto

Per Bolsonaro si tratterebbe del secondo e ultimo mandato consecutivo. Lula, 76 anni, è invece reduce da 19 anni di carcere scontati per colpa di false accuse. Un ex capitano dell’esercito contro un ex sindacalista: i due candidati hanno dovuto per legge nominare anche due futuri vicepresidenti. Se Bolsonaro ha puntato sull’ex generale Braga Netto, Lula ha deciso di tendere una mano verso l’ex avversario Geraldo Alckmin. Nella speranza di creare così un fronte repubblicano che sia d’intralcio all’estrema destra. Se il programma di Bolsonaro è imperniato sull’aumento della sicurezza, tradotto in più budget per esercito e polizia e l’allentamento delle misure di accesso alle armi da fuoco, Lula promette una tregua dalla «guerra» iniziata nel suo Paese dopo l’elezione del rivale. L’operato di Bolsonaro è preso di mira sotto diversi punti. Dalla gestione disastrosa della pandemia alla deforestazione massiccia dell’Amazzonia, che ora potrebbe rivelarsi decisiva per la vittoria di Lula. Oltre ad essere un oppositore dell’aborto e del matrimonio omosessuale, Bolsonaro si è dichiarato più volte scettico sul cambiamento climatico. Esprimendosi a favore del ritiro del Brasile dall’accordo di Parigi.

Il programma di Lula promette al contrario di battersi contro la deforestazione e l’estrazione illegale di oro. Impedendo che gli alberi vengano abbattuti per fare spazio a pascoli e piantagioni di soia. E non solo. Credito per le imprese, adeguamento del salario minimo, ripristino di agevolazioni per l’acquisto della prima casa e sistemi per portare l’elettricità da fonti rinnovabili alle aree rurali: sono alcune delle misure ipotizzate per combattere la povertà. Un obiettivo in continuità con il suo precedente governo.

Brasile: la crisi economica e politica

Le tensioni non sono dovute soltanto ai profili diametralmente opposti dei due principali candidati. Il Brasile sta attraversando da mesi una crisi profonda sotto diversi profili. L’inflazione galoppante, che solo ad agosto ha iniziato una flessione al di sotto del 10%, ha conseguenze sulla vita di milioni di brasiliani. La fame colpisce 33 milioni di cittadini, ma oltre la metà della popolazione (125 milioni di persone) soffre per problemi alimentari. A questo si accompagna un dissesto politico determinato dallo scandalo di corruzione Petrobras. Che ha portato alla destituzione di Dilma Rousseff mentre era presidente, nel 2016. Due anni dopo, arrivò anche l‘arresto di Lula dopo la sua condanna per corruzione. Solo nel 2021, quando la Corte di Cassazione ribaltò la sentenza, il candidato di sinistra riuscì a riacquisire tutti i suoi diritti politici. Anche Bolsonaro, eletto nel 2018, si è ritrovato coinvolto di molti casi di corruzione, nonostante avesse promesso «tolleranza zero» contro il fenomeno.

Il voto di domani chiamerà gli elettori a esprimersi anche sull’organo legislativo brasiliano, il Congresso nazionale. Con 513 seggi, la Camara dos Deputados ha un numero di membri proporzionale a quello della popolazione e verrà completamente rinnovata. Il Senato invece ha tre seggi per ciascuno degli Stati federati: quelli in palio il 2 ottobre sono 27 su 81. A questi si aggiungeranno governatori, deputati locali per ogni Stato. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Tse, i registri aggiornati indicano un record di iscritti. 156 milioni e 454 011 aventi diritto, attesi alle urne nei 496.856 seggi collocati ai quattro angoli dell’immenso territorio nazionale. Cifre monstre che rischiano di complicare ulteriormente l’intera macchina organizzativa e logistica. Prestando il fianco alle polemiche sulla regolarità del risultato.

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