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Iran, il presidente Raisi esulta dopo due settimane di proteste: «Fallita la cospirazione dei nostri nemici». Salgono a 92 i morti nelle piazze

Il governo di Teheran considera arginate le manifestazioni per la morte di Mahsa Amini, represse dalla polizia che ha sparato contro i cortei in più occasioni

Vanno avanti da oltre due settimane le proteste in Iran esplose per l’indignazione per la morte di Mahsa Amini, uccisa dopo essere stata arrestata dalla polizia morale perché non aveva indossato in maniera corretta l’hijab. Per il sedicesimo giorno consecutivo, la manifestazioni sono state accompagnate da una raffica di arresti e da ormai decine di vittime a cominciare dalla capitale Teheran, passando per Isfahan, Shiraz, Saghez, Kerman e Zahedan. In piazza sono scesi anche gli studenti di 25 università, che chiedono la liberazione dei loro compagni, mentre boicottano i corsi online, organizzati proprio per evitare altre manifestazioni. Una rivolta repressa con il sangue in più occasioni dalla polizia iraniana, che ha portato il presidente Ebrahim Raisi oggi a esultare, dichiarando che «la cospirazione dei nemici dell’Iran è fallita». Secondo il bilancio dell’Ong Iran Human rights, con sede a Oslo, i manifestanti uccisi sono almeno novantadue. Tra questi, quarantuno sono stati uccisi a Zahedan, nel sud-est dell’Iran, dove – secondo l’Ong – le forze di sicurezza dell’Iran hanno «represso» una manifestazione, scoppiata venerdì 30 settembre, «in modo sanguinario». La protesta era nata dopo le accuse a un capo della polizia della città portuale di Chabahar, nella provincia del Sistan-Baluchistan (zona a prevalenza sunnita, a differenza del resto dell’Iran), per aver violentato una ragazza di 15 anni appartenente alla minoranza sunnita dei Baluch. In quello che i media ufficiali hanno descritto come «un incidente terroristico», sono morti anche cinque membri delle Guardia rivoluzionarie. Il timore, ora, da parte del regime, è che la ribellione si allarghi sempre più.


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