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Adrian Fartade: «Raccontare l’astronomia non è mai stato così divertente» – L’intervista

Il divulgatore scientifico, creatore del seguitissimo canale YouTube Link4universe, racconta da dove nasce la sua passione e perché nei prossimi anni assisteremo a tante nuove scoperte

L’astronomia è una delle scienze più amate e al tempo stesso misteriose. Per capire ciò che accade nell’universo, spesso abbiamo bisogno di qualcuno che riesca a spiegarcelo nel modo più chiaro possibile. Il compito di Adrian Fartade è proprio questo. Sbarcato su internet nel 2009 con Link4Universe, in pochi anni è diventato uno dei divulgatori scientifici più seguiti in Italia. Fartade (35 anni) è nato a Bacau, in Romania, e si è trasferito in Italia a 15 anni. Dopo aver ottenuto una laurea in Storia e filosofia all’Università di Siena, ha sfruttato i suoi studi teatrali per iniziare a fare il divulgatore. Negli ultimi anni Fartade ha lavorato in tv, in radio, su YouTube e ha scritto anche tre saggi sull’astronomia. L’obiettivo è sempre lo stesso: raccontare (e spiegare) le più recenti scoperte dell’esplorazione spaziale. Questa domenica parteciperà anche al Pianeta Terra Festival di Lucca, dove presenterà un monologo dal titolo «La fine del mondo non è mai stata così divertente».


Adrian, da dove nasce la tua passione per l’astronomia?


«Da che mi ricordo sono sempre stato appassionato di esplorazione spaziale. Mi sono avvicinato a quel mondo soprattutto per il senso di avventura. Il fatto che viviamo su un pianeta può sembrare banale, ma quando lo realizzi per la prima volta da bambino è una cosa straordinaria. Questa consapevolezza mi affascinò moltissimo. Ed è proprio da lì che è nata la spinta ad approfondire come siamo arrivati a tutte queste scoperte. Oggi sappiamo di cosa è fatto Giove, ma come siamo arrivati a capirlo?».

Quando hai deciso di fare il divulgatore?

«Un’altra passione che coltivo sin da quando ero piccolo è il teatro: mi è sempre piaciuto raccontare le cose che scopro. Da adolescente ho iniziato a fare spettacoli in cui parlavo anche di astronomia e, a un certo punto, mi sono accorto che stavo facendo il divulgatore. La vera sfida è stata trasformare quell’attività in un lavoro a tempo pieno».

Chi sono i divulgatori scientifici a cui fai riferimento?

«La mia prima grande influenza è stata Carl Sagan, che negli anni Ottanta conduceva la serie Cosmos. Prima che arrivassi in Italia a 15 anni, lui era l’unica persona che, per quanto ne sapessi allora, parlava di scienza in televisione. Poi naturalmente ho scoperto Piero Angela e, quando vivevo in Toscana ho avuto modo di incontrare Margherita Hack. Per riuscire a elaborare il mio stile e imparare a parlare di scienza in modo diverso mi sono ispirato anche a tanti comici di stand up. È grazie a loro se sono riuscito a smontare i vecchi metodi di divulgazione e a trovare un approccio nuovo per raccontare l’astronomia».

La tua attività di divulgatore ti ha portato in televisione, a scrivere libri e anche a tenere eventi dal vivo. Come riesci a raccontare una storia, o a spiegare un fenomeno, utilizzando mezzi così diversi fra loro?

«Tutti i progetti a cui lavoro hanno un elemento in comune: partono da tante idee. Metto insieme tanti spunti e argomenti per poi cercare un filo narrativo e trovare un’intersezione che tenga tutto insieme. A quel punto creo una rete di collegamenti e, come diceva Michelangelo, cerco di togliere il superfluo e tenere solo ciò che è davvero essenziale. Una volta raggiunto il risultato, posso iniziare ad aggiungere tutte le “decorazioni”: battute, esempi, aneddoti divertenti. Elementi che contribuiscono a creare un contorno e dare spontaneità al discorso».

Negli ultimi anni sembra esserci grande entusiasmo per i temi dell’esplorazione spaziale. Come lo spieghi?

«Avendo vissuto tutto dall’interno, posso assicurare che non c’è mai stato un momento in cui questi temi sono stati noiosi. Soltanto dieci anni fa avevamo una missione che ci ha mostrato l’atmosfera di Giove in tre dimensioni. Allora, però, i social non erano potenti come oggi. Le scoperte sullo spazio sono come delle montagne russe: ora siamo all’inizio della discesa, che è la parte più adrenalinica. Significa che nei prossimi anni assisteremo a tante scoperte in contemporanea».

Per esempio?

«Tra pochi mesi SpaceX, la compagnia di Elon Musk, lancerà il primo prototipo di razzo, riutilizzabile al 100%, per portare gli esseri umani su Marte. A novembre partirà la prima missione del programma Artemis per riportare gli esseri umani sulla Luna. È la prima volta dal 1972. La cosa più emozionante però è vedere crescere l’industria aerospaziale: in Europa si continuano a costruire nuovi razzi e ci sono tantissime nuove aziende che stanno arricchendo il settore».

Cosa pensi di chi progetta di spostare la vita su Marte?

«Nessuno propone davvero di spostarsi su Marte. Si parla, piuttosto, di fare in modo che si riesca a vivere anche lì. Se arriva un asteroide molto grande che non riusciamo a deviare, avere un gruppo di esseri umani che abita su Marte ci darebbe un’altra chance. Dobbiamo imparare ad avere un’infrastruttura per accedere alle risorse contenute negli asteroidi, estrarle e non inquinare qui sulla terra. Così potremmo trasformare il nostro pianeta in un parco gigantesco, dove è vietato inquinare. Tutto questo si può fare grazie all’innovazione tecnologica e sarebbe una trasformazione davvero epocale».

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di uno scenario un po’ irrealizzabile.

«Finché non ci convinciamo che può esserci davvero un futuro diverso, non ci impegneremo mai abbastanza per muoverci davvero in quella direzione. Il capitalismo ottocentesco ha fatto il suo corso. Dobbiamo immaginarci un mondo diverso, più inclusivo. E, soprattutto, dobbiamo imparare a convivere se vogliamo diventare una specie interplanetaria. L’epoca che stiamo vivendo ci mette di fronte alle sfide più grandi che abbiamo mai dovuto affrontare, a partire dal cambiamento climatico. E l’esplorazione spaziale in questo può aiutarci tantissimo».

In che modo?

«È guardando la Terra da fuori, grazie alle missioni spaziali, che abbiamo capito il problema del cambiamento climatico in tutta la sua complessità. Ancora oggi i satelliti e la tecnologia spaziale sono fondamentali per sviluppare maggiore consapevolezza del nostro impatto sul pianeta e sapere come intervenire».

Fonte immagine di copertina: Facebook / Adrian Fartade

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