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Cop27, le trattative sul clima ripartono da Sharm El-Sheikh: «Da Ue non ci aspettiamo novità, ma c’è attesa per le parole di Meloni» – L’intervista

Jacopo Bencini, policy advisor di Italian Climate Network, volerà in Egitto in veste di osservatore. A Open ha raccontato cosa aspettarsi dai negoziati della conferenza

L’ultimo rapporto dell’Unep – il programma Onu per l’ambiente – è stato chiaro: senza nuove politiche per il clima, la temperatura della Terra salirà di 2,8°C. Uno scenario che gli scienziati descrivono come una «catastrofe climatica». Ed è anche con l’obiettivo di scongiurare previsioni come questa che si apriranno i negoziati a Sharm El-Sheikh, in Egitto, dove quest’anno si svolgerà la 27esima Conferenza delle parti sul clima (Cop27). La Cop è un appuntamento annuale organizzato dalle Nazioni Unite, che raduna 193 Paesi partecipanti e quasi 35 mila delegati, oltre a scienziati, giornalisti e associazioni. L’ultima edizione si è tenuta lo scorso autunno a Glasgow, in Scozia, ma non ha partorito risultati particolarmente ambiziosi. L’edizione di quest’anno, che durerà dal 6 al 18 novembre, doveva essere l’occasione perfetta per presentare nuovi impegni sulla riduzione delle emissioni di gas serra. A meno di sorprese, però, questo non accadrà. Ad anticiparlo è Jacopo Bencini, policy advisor dell’associazione Italian Climate Network che parteciperà come osservatore alla Cop27 egiziana. Bencini ha spiegato a Open quali risultati aspettarsi dai negoziati e perché la conferenza di Sharm El-Sheikh potrebbe essere il primo banco di prova del nuovo governo italiano sulle politiche climatiche.


La Cop26 di Glasgow si è chiusa con un accordo sulla riduzione del carbone e poco altro. Questa volta andrà meglio?


«Lo scorso anno la presidenza britannica è uscita amareggiata, perché sia loro che gli Usa avevano investito molto capitale politico in quell’appuntamento. In pochi giorni si sono viste alcune delle più alte cariche dello Stato: Joe Biden, Nancy Pelosi, Alexandria Ocasio-Cortez, John Kerry e tanti altri. La conferenza invece si è chiusa con un po’ di amarezza. Cop27, invece, doveva essere il vertice sulla mitigazione, ossia sulle promesse di riduzione delle emissioni. Questo, però, non succederà. Dei 193 Paesi dell’Onu, soltanto 23 hanno presentato nuovi impegni nazionali per ridurre le emissioni. E tra questi non ci sono né l’Unione Europea né la Cina».

Quindi che tipo di risultato ci si può aspettare da Cop27?

«L’attenzione è stata spostata, anche su pressione di diversi Paesi del sud del mondo, su due aspetti: le politiche di adattamento e quelle per finanziare i cosiddetti loss and damage, perdite e danni dei Paesi più colpiti dalla crisi climatica. Questa è una sorpresa, perché si tratta di temi che fino a poche settimane fa non erano in agenda. Si è iniziato anche a discutere della creazione di un meccanismo di finanziamento, che i Paesi africani chiedono da anni. Non so se essere ottimista, ma il solo fatto che si parli dell’importanza della climate finance è un bel passo avanti».

Sulla riduzione delle emissioni, dunque, non ci sarà nessun nuovo accordo?

«In quel campo sono tre gli attori che contano: Cina, Unione Europea e Stati Uniti. I primi due già hanno detto che non presenteranno nuovi impegni, mentre gli Usa arriveranno indeboliti dalle midterm, dove i democratici non sembrano favoriti. I grandi accordi che sono stati raggiunti negli ultimi anni nascevano da un’intesa tra Cina e Usa. Oggi sembra che questa intesa di massima tra i grandi attori non ci sarà, perciò non ci aspettiamo nessun fuoco d’artificio».

Come si presenta l’Italia a questo appuntamento?

«Innanzitutto, con due facce nuove: la nuova premier Giorgia Meloni e il nuovo ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Anche se quest’ultimo, almeno per ora, sembra agire in continuità con la strada tracciata da Draghi e Cingolani. A livello di programmazione, il governo Meloni non si è ancora espresso chiaramente. Nel suo discorso di insediamento alla Camera, la neopremier sembra aver puntato su due elementi: l’estrazione del gas italiano e l’accelerazione sulle rinnovabili. La Cop27, però, sarà la prima occasione in cui il nuovo governo esporrà la propria visione in materia di politiche climatiche».

In meno di due mesi, Italia e in Brasile sono andati alle elezioni, il Regno Unito ha cambiato primo ministro e gli Stati Uniti stanno per votare alle elezioni di metà mandato. Che effetto hanno questi eventi politici sui negoziati per il clima?

«Sicuramente le elezioni in Brasile avranno un impatto, perché si tratta di un Paese che è anche interlocutore privilegiato di India, Cina e Russia. Una posizione ambiziosa e progressista sul clima sarà di aiuto, ma il Brasile da solo non riesce a spostare più di tanto l’esito finale dei negoziati. Il Regno Unito invece si presenta molto debole, a causa di cambi di leadership repentini e un nuovo premier che non sembra particolarmente ambizioso sulle politiche climatiche. Gli Stati Uniti, grazie all’Inflation Reduction Act, hanno messo in campo il più grande investimento di sempre in politiche verdi. È anche vero, però, che settimana prossima ci sono le elezioni di metà mandato. Come arriverà Biden al negoziato se non avrà più il controllo del congresso? È presto per dirlo, ma il contesto è molto mobile».

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, il conflitto in Ucraina potrebbe accelerare la transizione energetica dei Paesi occidentali. È davvero così?

«Il conflitto in Europa ha abbassato l’ambizione dei Paesi occidentali sulla composizione del loro mix energetico. Può essere, però, che il bassissimo costo delle rinnovabili possa spingere la transizione sempre più vicino agli obiettivi Ue. Sicuramente i Paesi occidentali non presenteranno nuovi obiettivi per aggiornare gli obiettivi al rialzo. Certo, potrebbe verificarsi un “effetto Kyoto”. Nel senso che potrebbero ripetersi le dinamiche innescate qualche anno fa dalle crisi finanziarie globali, che hanno portato – quasi involontariamente – a una riduzione delle emissioni. Se i governi europei tornano a investire su gas e carbone, però, gli effetti non possono che essere negativi. Dall’altro lato, ricordiamoci che ci sono alcuni Paesi in via di sviluppo che stanno traendo profitto dal conflitto in corso. Tanzania e Kenya, per esempio, sono riusciti ad aumentare l’export di gas naturale verso l’Europa. Nel grande condominio dei Paesi Onu c’è sempre chi perde e chi guadagna».

La Cop27 ha già attirato diverse polemiche: dalla partnership con Coca Cola, ritenuta uno dei «grandi inquinatori» del mondo, alla scarsa attenzione sui diritti umani dimostrata dall’Egitto. Crede che questi fattori possano togliere credibilità alla conferenza?

«Partiamo da una premessa: le Nazioni Unite non sono un’organizzazione ambientalista. Le Cop vengono assegnate su base rotativa e per questa edizione è toccato all’Egitto, che – come spesso accade – ha cercato di coprire i costi cercando partner commerciali. Certamente avere Coca Cola come sponsor non è lo scenario ideale, ma è pur vero che l’Onu non può mettere veti. Se si facesse una black list di Paesi che non possono ospitare la Cop o di aziende che non possono essere scelte come partner, si riuscirebbe a organizzare ugualmente l’evento? Forse sì, ma solo in zone del mondo difficilmente raggiungibili dai delegati africani o dell’Oceania».

Alcuni ambientalisti, tra cui la stessa Greta Thunberg, hanno rinunciato a partecipare all’evento. È una partenza in salita per i negoziati?

«Sarò un po’ tranchant: il processo negoziale va avanti a prescindere dalle manifestazioni di piazza. Le proteste hanno il merito di spostare la pressione mediatica, ma il processo negoziale deve proseguire e la società civile ha tutti gli strumenti per farsi sentire anche senza sfilare davanti alla venue. Noi di Italian Climate Network abbiamo scelto di partecipare. Senza essere dentro il processo, non potremmo rendere conto ai nostri lettori di ciò che sta avvenendo e soprattutto non faremmo il nostro lavoro».

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